A proposito di collaborazioneLa Provocazione..“Tutti i tentativi per eliminare le differenze e stabilire l’omogeneità si rilevano illusori e servono, anzi, a moltiplicare ulteriormente le differenze che si volevano liquidare” (Giovanni Vailati) Questa pungente affermazione effettuata ormai un secolo fa mi ha colpito perché a mio avviso porta un ricco stimolo ai temi della collaborazione e del gioco di squadra. Aspetti di cui, mi sembra di notare, le organizzazioni sono sempre più alla ricerca. E allora propria a partire dalla citazione di Vailati, proverei a pormi tre domande: Non è che magari stiamo spingendo per l’omologazione, l’uniformità e il conformismo?. E non tanto per la coesione e l’unità. Non è che magari se il contributo e il valore delle persone fossero ampiamente e apertamente riconosciuti, le persone sarebbero meglio disposte ad accettare “l’ombra del gruppo”. Non è che magari il problema della scarsa o non ottimale collaborazione deriva semplicemente da una mancanza di comunicazione e di social networking all’interno dell’organizzazione? La Nostra RispostaCaro Stefano, sì, sì, sì. Purtroppo... le tue tre domande trovano risposte positive dall'analisi della realtà che ComplexLab condivide con te; in particolare: a) L'omologazione, l'uniformità e il conformismo sono il risultato culturale del meme della Globalizzazione. L'efficienza del nuovo sistema complesso mondiale si basa sull'interscambiabilità e sostituibilità delle risorse - anche umane! b) Il valore delle persone non è, né può ad oggi essere riconosciuto, poiché manca il criterio oggettivo misurabile. Se, però, così come nella filosofia di ComplexLab, il valore di ciascuno fosse il valore delle sue relazioni dialogiche, allora diventa possibile stabilire criteri oggettivi di relazione, leadership e competenza riconosciuti dagli Altri, ossia dalla Comunità. Gli strumenti esistono nell'ambito della Social Network Analysis, come offerto da ComplexLab con la soluzione TAO (Tomografia Assiale delle Organizzazioni). c) La scarsa collaborazione deriva certamente da una mancanza di sana comunicazione e di strumenti e metodologie di SNA. Il problema reale però sta anche nella ignoranza della Teroa dei Giochi, o almeno dei suoi principi basilari: nè la collaborazione, nè la competitività sono degli imperativi categorici vincenti ('strategie d'equilibrio'), ma vanno scientemente dosati e alternati. Come, però, è ignoto ai più, che si affidano quindi al dogma culturale del momento, o del 'padrone'... Credo che la tua interessante provocazione meriti anche una citazione poetica di Antonio Machado: Insegna il Cristo: amerai il tuo prossimo come te stesso ma non dimenticare mai che è un altro. CompelxLab |
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Non so se ho effettuato un volo pindarico, ma in sostanza vedo il TAO anche come un’originale applicazione delle teorie psicologiche di costruzione dell’identità. Intendo dire che tutta la vita dell’uomo si gioca nell’equilibrio tra il mantenimento della propria individualità e il dialogo con gli altri. Se non posseggo una mia identità, un’identità personale che esplicita una certa differenza rispetto agli altri, divento una persona anonima. Per contro, se non ho riscontro di una certa similarità con gli altri, rischio di non riuscire più a entrare in relazione e comunicare con gli altri e, in ultima analisi, di venire rifiutato o emarginato.
Di questi tempi, per la percezione “sociale” che ho di contesti diversificati sento parlare con sempre maggior frequenza proprio di comunicazione difficile e della sensazione di sentirsi esclusi. A mio avviso ciò è fortemente connesso alle difficoltà che le persone e le organizzazioni hanno nel definire la loro identità utilizzando i soliti approcci canonici in un mondo complesso dove tutto è in gioco senza apparenti certezze. E ciò perché si crea un circolo vizioso: per costruirmi la mia identità devo mettermi profondamente in gioco e conoscere le mie luci e le mie ombre, aspetto che di per sé richiede già molto coraggio, se oltretutto ho la percezione di vievere in un mondo in cui tutto è privo di certezze, operando una mia “destrutturazione” perdo l’unica certezza a cui mi sembra possibile aggrapparmi e cioè “chi sono” (sia che si tratti di una persona, sia che si tratti di un’organizzazione).
Il TAO potrebbe essere un valido strumento per spezzare questo circolo vizioso, in quanto può delineare l’identità sociale delle persone all’interno delle organizzazioni, dare loro riscontro e renderli consapevoli del valore delle loro relazioni dialogiche. In questo modo è possibile rassicurarle sulla loro similarità con altri, ovvero dare alle persone una ba-se “rassicurante” a partire dalla quale, può essere forse più semplice elaborare in modo critico e riflessivo le proprie peculiarità e le proprie espe-rienze e pertanto costruire la propria identità personale, che è fondata sulla differenza tra me e gli altri. Come dire: il TAO mi offre l’opportunità per non essere una persona o un’organizzazione anonima.
stefano verza