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complessità , teoria delle reti
Politica e classe dirigente nell'era della complessità.
Francesco Zanotti
Una nuova classe dirigente per una nuova società
Le imprese riescono sempre meno a produrre valore economico. Quando ci riescono generano grandi squilibri, come accade nelle economie emergenti. Le città non riescono a produrre una qualità della vita soddisfacente. Ma rischiano di diventare luoghi di scontro di classi, generazioni e civiltà. I governi non riescono né a costruire direttamente sviluppo, né a costruire contesti dove altri possano costruire sviluppo. Le parti politiche non riescono a produrre governi profetici. Gli attori sociali non riescono a coagulare consenso intorno a progetti di sviluppo sociale. Le istituzioni non riescono a produrre e far rispettare sistemi di norme che siano funzionali allo sviluppo. I luoghi della cultura non riescono a produrre nuove visioni dell’uomo e della storia.
Se questo è vero, la conclusione è inevitabile: sta andando in crisi un modello di società in tutti i suoi luoghi, in tutte le sue dimensioni e in tutti i suoi attori. Allora la sfida non è quella di far funzionare meglio la società che esiste, ma quella di costruire una nuova società.
Ma perché questa macro problema di fondo non appare in tutta la sua chiarezza? Perché non appare evidente che tutti i problemi che viviamo hanno un denominatore comune? Perché se così fosse diverrebbe evidente che la costruzione di una nuova società non può essere fatta dalla classe dirigente che “gode” della società attuale. E che il passaggio dal blocco allo sviluppo potrà essere fatto solo da una nuova classe dirigente.
Naturalmente dovrà essere una classe dirigente completamente diversa da quella attuale. Non pretendo di darne un identikit completo, ma a descriverne alcune competenze ci provo.
La prima competenza è di tipo “culturale”. Nel XX secolo è nata una nuova visione del mondo che si chiama metafora della complessità (che superficialmente è stata annegata nel post-moderno). Una classe dirigente deve nutrirsi di questa nuova cultura, invece di essere legata a visioni del mondo ottocentesche. La seconda competenza è di tipo relazionale: chi può ritenere affidabile una classe dirigente fatta di gruppi gli uni contro gli altri armati in nome delle ideologie appiccicaticce di cui sopra? Più in piccolo: chi può ritenere affidabile una classe dirigente che si confronta solo urlando, togliendo la parola, ironizzando? La terza competenza è progettuale. Serve una classe dirigente che sa ascoltare e, poi, sa mettere insieme le diversità in un progetto che non sia un compromesso, ma una nuova emozione sociale.
Ma come iniziare a generare/formare questa nuova classe dirigente? Una prima idea potrebbe essere la seguente: un dibattito sui temi della primitività culturale, relazionale e progettuale dell’attuale classe dirigente. Ed un dibattito sul come potrebbe essere una classe dirigente culturalmente, relazionalmente e progettualmente sapiente. [ Potete commentare questo messaggio registrandovi al portale o inviando un vostro messaggio a info@complexlab.com - il messaggio verrà inserito sul portale ]
Francesco Zanotti
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A me sembra che esista un unico macro problema che si “specializza” (ma anche si mimetizza) in tutte le dimensioni del vivere: la crescente incapacità di costruire sviluppo. Solo per fare esempi di questo sviluppo che non si riesce a costruire in nessun luogo umano …
Il macro problema individuato da Zanotti (“la crescente incapacità di costruire sviluppo”), che poi si articola in tutta una serie di problemi “specialistici”, nasce fondamentalmente dalla crisi dell’idea stessa di sviluppo. Già negli anni settanta un famoso rapporto del Club di Roma – intitolato, appunto, “I limiti dello sviluppo” – metteva in evidenza i pericoli di un modello di sviluppo economico che non prevedeva un limite allo sfruttamento delle risorse del pianeta. Le previsioni di quel rapporto non si sono avverate, giacché (da quel che oggi si sa) il modello utilizzato era troppo semplicistico, ma questo non significa che quel rapporto non sancì una pietra miliare anche nella cultura scientifica, oltre ad aver dato l’avvio al movimento ambientalista. Oggi, credo, siamo un po’ tutti convinti, almeno a livello individuale, che questo modello di sviluppo non può continuare indefinitamente (pensate, ad es., cosa succederebbe se la Cina e l’India arrivassero ad avere la stessa densità di automobili per abitante che abbiamo noi in occidente – e ciò potrebbe essere nella disponibilità economica di quei paesi nel giro di pochi lustri, considerati i ritmi di crescita di quelle economie – probabilmente solo per il parcheggio dovrebbero essere sacrificati tutti i terreni oggi coltivati a riso!). E’ “il sistema” – resuscito un temine molto caro a noi sessantottini – che non vede questi limiti: un modello economico sempre più pervasivo a livello mondiale che trova la sua spinta (come dice E. Morin) nel quadrimotore Scienza-Tecnica-Industria-Profitto. Pertanto si vive collettivamente una sorta di schizofrenia: da una parte la coscienza latente del limite, dall’altra la necessità di continuare a diffondere ed ampliare un sistema economico che ha la sua logica nel profitto e nel consumo. Da ciò la confusione in ambito sociale e il malessere a livello individuale. Questa scoperta del limite dello sviluppo rientra nel più generale discorso della scoperta del limite come tratto caratteristico di tutta la cultura del secolo scorso (come tratteggiato nel mio articolo su Estetica e Complessità), da cui nasce, sotto la spinta evolutiva, la progressiva consapevolezza della complessità e una nuova visione della stessa condizione umana. Per chi ha fatto il salto “nell’iperspazio” della complessità (e quando dico “iperspazio” non è per citare StarTreck, ma mi riferisco alla multidimensionalità che il pensiero complesso restituisce all’idea di Uomo, contro la visione che appiattisce l’individuo nell’unica dimensione della modalità dell’avere, materialistica e consumistica che la logica del modello corrente impone) la tensione etica, che spinge alla diffusione del pensiero complesso, nasce proprio dalla consapevolezza della dissennatezza di questo modello di sviluppo, dalla osservazione della sofferenza che esso determina e dall’immane rischio a cui espone. La presenza di fattori limitanti determina necessariamente (come insegna la Ricerca Operativa) una allocazione delle risorse attraverso euristiche che forniscono soluzioni sub-ottimali, quindi, considerato anche il quadro dinamico degli attori e della loro capacità di attrarre risorse, l’avvicinarsi del limite non può che determinare un aumento della conflittualità. La tecnologia può aiutare ad allontanare il limite, ma questo abbassa solo temporaneamente il livello di conflittualità. La soluzione può essere, dunque, solo in un salto di qualità attraverso la complessificazione e un drastico abbattimento dell’incremento demografico mondiale (a tal proposito vorrei sottoporre una ipotesi: l’accettazione sempre più diffusa dell’omosessualità sia maschile che femminile, almeno nella cultura occidentale, può essere interpretata, oltre che come un sintomo di maggiore apertura mentale, anche, e forse soprattutto, come espressione di un elemento profondo che deriva dalla saggezza della specie, dall’inconscio collettivo del macro-organismo che chiamiamo Umanità?). La cultura della Complessità, dunque, anche come politica dell’Uomo e per l’Uomo: un Uomo visto in tutta la ricchezza della sua soggettività, nella multidimensionalità della sua condizione fisica, biologica, psicologica, cognitiva, sociale e spirituale.
Gianfranco Pugliese - http://www.fract.it