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Il pensiero complesso tra rivoluzione ed evoluzione...

Gianfranco Pugliese

Il pensiero complesso, che a livello individuale può essere una rivoluzione, a livello collettivo può solo essere un lungo processo evolutivo........

Accetto volentieri la “provocazione” di Francesco Zanotti a proposito della opportunità/necessità che la politica si doti di una cultura della complessità per affrontare adeguatamente il suo ruolo, perché ciò mi da l’occasione di chiarire alcune cose che nel mio precedente articolo non emergevano con sufficiente chiarezza.

 

Il mio assunto fondamentale è che l’Italia è fortemente in arretrato sul piano socio/economico rispetto ad altri paesi europei (Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Olanda ecc.) e zavorrata da un debito pubblico gigantesco, il cui peso schiaccia ogni possibilità di “volare alto” (il recente e modesto declassamento delle agenzie di rating, costerà alle casse dell’erario non meno di un paio di miliardi in più per pagare i maggiori interessi che l’aumentato rischio comporta).

Inoltre esiste una forte disparità nella distribuzione di ricchezza, sia sul piano territoriale che tra le classi sociali.

Infine, c’è qualcuno che soffia sul fuoco delle divisioni (sia territoriali che di censo) spingendo acché la gente, impaurita dall’incertezza e viziata dal privilegio, “ragioni con la pancia”, cioè si chiuda in visioni ego centrate (in funzione della corporazione di appartenenza) refrattarie a qualunque discorso di interresse collettivo.

 

In questo contesto, cercare il consenso significa assumere e sponsorizzare gli interessi di qualcuno, quindi fomentare ulteriore divisione.

Tentare, d’altro canto, di far sedere tutti intorno ad un tavolo e far ragionare è molto difficile (e comunque si va tentando, attraverso quella che chiamano concertazione), perché in un clima di scontro esasperato non è possibile arrivare ad accordi che soddisfano tutti (e, poi, c’è sempre un problema di immagine e di comunicazione – vedi Montezzemolo, che dopo aver portato a casa ben 7 miliardi di benefici per il sistema delle imprese e aver attenuto una riduzione strutturale del costo del lavoro, deve definire questa finanziaria “classista” per dare soddisfazione ai settori più chiusi e rapaci della sua organizzazione), a meno che non si voglia accontentare un po’ tutti e continuare in una politica di “non scelte”, consentendo irresponsabilmente la prosecuzione di una deriva non più compatibile con la limitatezza delle risorse.

 

Quando parlo, poi, dei vincoli che ci vengono dai nostri partners europei e dagli organismi internazionali evidenzio le connessioni e l’integrazione che la nostra economia ha con il resto del mondo, in una visione ecologica che presuppone forti inter-retro-azioni con il contesto generale, di cui quei vincoli sono criteri generali di indirizzo e controllo.

 

Posso essere perfettamente d’accordo, caro Zanotti, che quegli organismi sono discutibili e quei criteri funzionali ad una visione unidimensionale dell’Uomo (Homo aeconomicus), tuttavia occorre considerare la situazione qui e ora (ci sono milioni di pensionati a cui fornire un reddito, milioni di lavoratori e di famiglie annesse che devono sbarcare il lunario, i malati da curare, le infrastrutture da costruire o manutenere, la scuola ecc.); che facciamo? Blocchiamo tutto, cambiamo la testa alla gente, mettiamo un bel gruppo di persone illuminate a gestire la politica, azzeriamo il debito pubblico per decreto e se c’è qualcuno che la pensa diversamente lo mandiamo in un centro di rieducazione? Esperimenti di questo genere mi sembra che siano stati già tentati e qualcuno è ancora in corso (Corea del Nord ad es.), ma i risultati non mi sembrano entusiasmanti!

 

Il pensiero complesso, che a livello individuale può essere una rivoluzione, a livello collettivo può solo essere un lungo processo evolutivo, sotto lo stimolo di una necessità di comprensione e per effetto di una fatto educativo che deve partire dalla scuola elementare (o ancor prima) ed essere fortemente sostenuto dai media.

 

Esso si fonda (come ho cercato di dimostrare nel mio articolo su Estetica e Complessità) sulla consapevolezza del limite (di ogni limite, anche della nostra conoscenza) e presuppone, dunque, le acquisizioni della modernità, per superarle ed arricchirle.

Ma se questa modernità è stentata, insufficiente, venata di tribalità (mafia, P2, corporazioni), tentata dall’assolutismo e dall’oscurantismo, ogni discorso sulla complessità appare quanto meno velleitario.

 

E’ bene, dunque, anzitutto cercare di portare il paese alla modernità, bonificandolo da metastasi che minano la stessa sopravvivenza dell’organismo sociale e quindi si possono aprire nuovi e più avanzati discorsi. In ogni caso si tratta di lavorare su un treno in corsa, che non si può fermare, e anche il più piccolo errore può comportare conseguenze di grande sofferenza per una moltitudine di persone (sofferenza vera, non quella di far pagare le tasse agli orefici e ai tassisti ad es.).

 

Ogni ipotesi responsabile, per quanto valida sul piano delle idee, ha bisogno di confrontarsi con la dura realtà corrente e non può prescindere da un sano principio di coevoluzione locale e generale (altrimenti sì che facciamo della Complessità un bel gioco di prestigio da salotto!): l’avanzamento di un esercito comporta sempre un consolidamento delle retrovie logistiche, così come lo sviluppo della ricchezza frondosa di un albero comporta l’irrobustimento del tronco, altrimenti finisce per collassate su se stesso (ed è per questo motivo che tutte le rivoluzioni sono sempre fallite).

L’impazienza per un “mondo migliore” non deve condurre ad atteggiamenti utopistici, ma deve tener conto della complessità della sostanza umana (Quale chimera è dunque l’uomo? Quale novità, quale mostro, quale caos, quale soggetto di contraddizioni, quale prodigio! Giudice di tutte le cose, stupido verme della terra; depositario del vero, cloaca di incertezza e d’errore; gloria e feccia dell’universo. Chi sbroglierà questo ingarbugliamento? B. Pascal) e scommettere (per rimanere all’interno di un discorso pascaliano) sulla cultura e sulla tensione evolutiva da essa indotta.

 

Tutto ciò non vuol dire affatto che non possono e non debbano essere tentati sentieri innovativi – di una innovazione “diversa” - la dove ci siano le condizioni o le opportunità (come l’affascinante ipotesi suggerita da Zanotti sullo sviluppo dei sistemi umani), giacché sappiamo bene quanto importanti siano anche le più piccole innovazioni/devianze ai fini del cambiamento, quando innescano feedback positivi (io stesso, nel mio piccolo, mi sto rendendo promotore di uno di questi sistemi umani, in funzione di una opportunità che intravedo, ben conscio tuttavia delle grandi difficoltà di natura culturale da superare e, quindi, con prudenza e in forma tentativa e consapevole che probabilmente i risultati economici non ripagheranno gli sforzi richiesti).

 

Per chiarire un ulteriore argomento del mio precedente intervento, voglio precisare che quando dico che la politica deve fare delle scelte non intendo affatto che auspico un atteggiamento dirigistico, ma solo che la politica ha la responsabilità di fornire una visione, di indicare degli obiettivi generali, che desume, naturalmente, dal corpo sociale in forma di generiche aspirazioni, problemi o sofferenze e che poi concretizza in direzioni di marcia, all’interno di uno scenario che coglie sia la complessità della compagine socio-economica interna, sia il contesto generale delle cose del mondo, sia le connessioni tra l’interno e l’esterno.

E quando parlo di leadership e carisma intendo una funzione di stimolo alla motivazione e alla convergenza: una sorta di forza centripeta che contrasta le forze centrifughe, una spinta che porta a vincere le resistenze che inevitabilmente in un contesto complesso appaiono.

 

In quest’ultimo punto, forse, il vero contrasto tra la mia visione e quella di Zanotti: Lui crede nella possibilità di una sintesi, io sono convinto che non c’è mai nessuna sintesi, ma solo equilibrio dinamico, provvisoria mediazione tra spinte discordanti, conflittuali, antagoniste che trovano un punto di equilibrio continuamente cangiante in funzione della storia (poco) e degli accadimenti (spesso imprevisti).

 

Questo è valido in natura e nella cultura (se vogliamo continuare ad assumere ancora questa dicotomia) e quindi è valido anche nella società, che della cultura è frutto, e di riflesso nel livello politico che della società è rappresentativo e a livello di Governo, che di una parte della classe politica è espressione. Quindi anche il Governo è ente complesso, che presenta al suo interno conflitti e contraddizioni, che esploderebbe se non ci fosse il senso della leadership e della responsabilità sociale, ma anche la voglia di potere, dei singoli (anche in questo caso una dialogica tra socio-centrismo ed ego-centrismo).

 

Il fatto che questo governo stia tentando con questa finanziaria (a cui, sperabilmente, seguiranno provvedimenti legislativi sul piano delle innovazioni strutturali) di portare l’Italia a livello dei nostri partner/competitors europei, cercando di bonificare la società dalle metastasi che ne minavano la stessa sopravvivenza, ristrutturando flussi finanziari in modo da favorire la competitività e una migliore distribuzione della ricchezza, con attenzione alle famiglie, alle infrastrutture ecc.. nel vincolo di una riduzione del rapporto deficit/pil, non mi sembra operazione fatta in una logica e in una visione semplice o semplificante (certo era molto più semplice, quando, gli interessi erano chiari, costituiti e magari coincidenti con quelli del Capo).

 

Inoltre, mi sembra di cogliere nella filosofia della manovra addirittura i tratti dell’emergenza, in relazione a una condizione socio-economica molto precaria (e il declassamento delle agenzie di rating, che “fotografano” la situazione esistente e il trend corrente ne è un chiaro sintomo) e certamente fare la fine dell’Argentina non è piacevole (e forse è questo il vero motivo della tenuta della coalizione governativa, nonostante “gli alti lai”) e nel contesto argentino non mi sembra che siano sorti molti sistemi autopoietici: la miseria (specie dopo che ci si è illusi di essere diventati ricchi) incattivisce e disgrega, stimola solo l’istinto di sopravvivenza primaria e, quindi, fa emergere la bestialità e la barbarie sempre in aguato e latente.

 

Gianfranco Pugliese

 


by Carlo Mazzucchelli last modified 24-10-2006 11:40
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