La società della conoscenza: una chimera?
Un articolo di Chiara Battistoni pubblicato sulla rivista Computer Business Review
Cinque anni fa, a Lisbona, il 23 e il 24 marzo il Consiglio europeo straordinario individuò l’obiettivo strategico dell’Unione Europea per il prossimo decennio: “diventare la più competitiva e dinamica economia basata sulla conoscenza, capace di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”. (fonte: Ministero per l’Innovazione e le Tecnologie – Consiglio europeo straordinario di Lisbona, 23-24 marzo 2000, Documento di sintesi). A questo, se ne associava uno operativo particolarmente importante, quello di far crescere il Pil del 3 per cento medio ogni anno nei prossimi dieci anni, dato peraltro già ritoccato nel 2003/2004 portandolo a una più realistica crescita pari a 0,5 / 0,75 punti percentuali per i prossimi 5 / 10 anni.
Da questa dichiarazione di principio scaturì una strategia globale, nel cui articolato si ritrova la necessità di “preparare la transizione verso l’economia della conoscenza”, l’individuazione di due principali strumenti (il ruolo di coordinamento della Commissione e un “nuovo metodo aperto di coordinamento”), infine alcune proposte concrete che nel 2000 venivano condensate in quattro macro aree: la società dell’informazione, la ricerca e innovazione, gli aspetti economici e finanziari, il modello sociale europeo.
Pur applicando la strategia di Lisbona da cinque anni, l’Unione Europea ha ancora strada da percorrere. Nel 2004 la Commissione invitò il Consiglio europeo a prendere le decisioni necessarie nei settori considerati prioritari, migliorando gli investimenti nelle reti e nella conoscenza, rafforzando la competitività delle imprese europee, promuovendo l’invecchiamento attivo (ovvero incoraggiare i lavoratori anziani a rimanere nel mercato del lavoro e modernizzare i sistemi educativi con apprendimento lungo l’arco dell’intera vita). (fonte: Relazione della Commissione al Consiglio Europeo di Primavera – Corrigendum – Bruxelles 20.2.2004 – Com 2004 29 definitivo/2) Il World Economic Forum (www.weforum.org) ha prodotto un interessante rapporto “The Lisbon Review 2004” che evidenzia le prestazioni degli Stati Ue 15 (l’Europa dei quindici) oltre a prendere in considerazione i dieci paesi entrati nel maggio 2004 (ma all’epoca delle indagini del Wef non ancora assimilati). Per chi ha familiarità con i numerosi indici utilizzati in economia, da cui scaturiscono ogni anno classifiche di competitività, libertà economica, innovazione, globalizzazione, ecc, i risultati emersi dallo studio del World Economic Forum non fanno che confermare un dato già consolidato: al vertice degli Ue 15, con il miglior punteggio complessivo, si attesta la Finlandia, che realizza le migliori prestazioni anche in quattro degli otto obiettivi parziali dell’agenda di Lisbona: prima nella diffusione dell’It, prima nell’innovazione, ricerca e sviluppo, prima nella liberalizzazione del mercato, prima nella promozione dello sviluppo sostenibile.
Alle spalle della Finlandia si attestano rispettivamente la Danimarca (2), la Svezia (3), il Regno Unito (4), l’Olanda (5), la Germania (6), il Lussemburgo (7), la Francia (8), l’Austria (9), il Belgio (10), l’Irlanda (11), la Spagna (12), l’Italia (13), il Portogallo (14), la Grecia (15). L’Italia, purtroppo, è ancora fanalino di coda, in compagnia di Spagna, Portogallo, Grecia; l’analisi dei dati relativi alle categorie Innovazione e Information Technology, offre solo una magra consolazione; siamo infatti primi tra i quattro in ambito It e secondi (tra i quattro) in ambito Innovazione.
Interessante il confronto della media Ue rispetto agli Usa; da cui risulta che Usa battono Ue sia in ambito promozione e diffusone It che Innovazione, ricerca e sviluppo (rispettivamente 5,86 a 4,61 e 6,08 a 4,41). Estendendo invece un confronto a livello mondiale coi paesi Oecd risulta che la media Ue supera, pur di qualche decimale, la media Oecd: alla voce It l’Oecd totalizza 4,53 a fronte del 4,61 dell’Ue; alla voce Innovazione, ricerca e sviluppo Oecd totalizza 4,31, mentre Ue 4,41.
Il quadro descritto, pur nella sua estrema sintesi, mette in evidenza quanto lontana sia ancora l’Europa rispetto agli ambiziosi obiettivi stabiliti a Lisbona cinque anni fa, in piena esplosione dell’Ict, ben prima che l’attacco terroristico del 2001 sconvolgesse il mondo e la sua economia.
Il mondo di oggi è un mondo di società che mutano con rapidità, è una modernità “liquida” per usare le parole di Zygmunt Bauman che porta allo sviluppo di nuove capacità relazionali, emozionali e professionali. Perciò approfondire la definizione di “società della conoscenza” alla ricerca di futuri scenari evolutivi, potrebbe trasformarsi in una preziosa occasione di confronto tra professionalità diverse, recuperando l’apporto sostanziale che la filosofia e l’epistemologia possono dare.
L’Information Technology resta lo strumento principe con cui costruire e diffondere la “società della conoscenza”, la base per dare corpo all’innovazione di cui sempre più spesso si parla (e straparla). Stando all’etimologia, latina, innovazione è la trasformazione che porta con sé elementi di novità, di modernità e segna un allontanamento dal passato, dalle situazioni precedenti. E’ l’introduzione di nuovi principi, metodi, ordinamenti; innovare significa alterare l’ordine delle cose stabilite per farne di nuove.
Sebbene l’agenda di Lisbona (il famoso piano eEurope) abbia cercato di promuovere l’innovazione, resta il fatto che essa non possa esaurirsi nell’introduzione e nell’adozione di nuove tecnologie; per quanto necessarie, sono solo una condizione necessaria ma non sufficiente.
L’innovazione è la capacità di creare il nuovo rileggendo l’ordine precostituito. E’ dunque un approccio metodologico, a cui segue una ricaduta operativa. Ma senza un nuovo sapere, che sappia unire anziché disgiungere, è difficile creare qualcosa di nuovo. Il nuovo che andiamo cercando non è solo la tecnologia inedita da applicare in azienda, non è neppure solo il prodotto o il singolo processo, è una nuova testa, una testa ben fatta, direbbe Edgar Morin. A poco servono gli strumenti se non si riesce a utilizzarli al meglio; la nostra urgenza innovativa è prima di tutto un’urgenza educativa e formativa, che investe direttamente il mondo delle imprese come quello delle professioni liberali, dell’università, della scuola. Dobbiamo imparare a leggere pratiche tecnologiche e competenze professionali con approcci interdisciplinari e transdisciplinari; dobbiamo cioè capire ciò che ci sta dentro in superficie e in profondità, fuori ma lontano, fuori ma vicino. Il mondo dell’azienda, sempre più spesso, chiede agli individui competenze specialistiche nei propri campi ma anche ampia disponibilità (e capacità) di integrarsi con gli altri, condividendone esperienze e linguaggi diversi. Alle radici dell’innovazione comunemente intesa (associata a prodotti e tecnologie), c’è lo sviluppo di un nuovo modo di apprendere, che non sia solo statico ma soprattutto evolutivo. I diversi gruppi professionali hanno bisogno di nuove mappe delle conoscenza (mappe cognitive) che sappiano tradurre i singoli linguaggi disciplinari in altri linguaggi, a loro volta partecipi di altri codici, spesso più articolati.
Complessità, interconnessione, condivisione sono i tratti salienti della nostra quotidianità; gli strumenti di cui disponiamo non bastano più per capire; abbiamo bisogno di occhi nuovi. L’essenza dell’innovazione è tutta qui: non è solo nel singolo prodotto o nel processo produttivo e non sta neppure solo nell’integrazione di tecnologie; sta prima di tutto nella cultura, cioè in quella capacità tutta particolare di metabolizzare gli eventi, contestualizzarli e tradurli perché siano trasmissibili. E’ il percorso da un’idea all’altra, da un concetto all’altro a generare innovazione, concretizzata poi, grazie alla creatività, in una nuova tecnologia, in un brevetto, in un prodotto inedito oppure un processo di produzione o di controllo. Per immaginare e creare il nuovo ci vuole coraggio, ci vuole forza, la forza di mettersi in discussione, di osare, di guardare oltre il seminato. I programmi, gli accordi, i piani ci aiutano, non c’è dubbio; tracciano le linee guida, danno conforto ai perplessi, rappresentano un riferimento necessario per costruire ma non si sostituiscono alla creatività, che resta l’elemento centrale nella costruzione del nuovo.
Non è certo un caso che Gartner stia approfondendo l’impatto della cultura, del vissuto e del portato personale sull’azienda, osservando che l’era dell’automazione delle attività routinarie, della produzione di precisione ma relativamente semplice, che ha bisogno di modeste competenze cognitive e culturali sta tramontando, sostituita da un modello economico sempre più orientato al lavoro creativo, ad attività che costruiscono il vantaggio competitivo sulle specificità culturali. C’è necessità di individuare nuovi strumenti di misura della produttività che non è più solo una questione di prodotti e servizi completati ed erogati; bisogna individuare nuove metriche che sappiano, per esempio, misurare l’impatto delle decisioni prese tempestivamente rispetto ai possibili rischi corsi. E’ ciò che gli analisti definiscono “High-performance workplace”, l’evoluzione del posto di lavoro, in cui cruciale è la capacità di individuare tempestivamente tutti i segnali, potenzialmente pericolosi o forieri di novità, che contribuiscono a far crescere l’azienda. C’è sempre più bisogno di conoscenza condivisa, di armonizzazione dei requisiti imposti dal contesto e dettati dalla strategia d’impresa, dalla cultura aziendale, dalle attività delle risorse umane, dalla struttura organizzativa, dalle tecnologie e dai luoghi di lavoro, dalle applicazioni transazionali, dalle infrastrutture. E’ tempo di un “governo proattivo” del cambiamento, necessario per reagire con agilità alle novità.