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complessità

Cambiamento e modernità nella finanziaria 2006

Gianfranco Pugliese

Alti lai si levano dalla bolgia italiota all’apparir di un’ipotesi di cambiamento e di modernità

La finanziaria che questo governo sta per varare sembra scontentare un pò tutti.

Questo mi sembra un buon segno!

Cercherò di spiegarmi, anche se a qualcuno sembrerò un pò troppo filogovernativo, ma non è nella difesa per principio o per appartenenza di questo governo la mia logica.

Nello sviluppare il ragionamento voglio partire dal fatto che per molti anni siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità, indebitandoci a scapito delle future generazioni.

Il debito pubblico è cresciuto oltre ogni limite ragionevole, mettendo in circolazione una quantità enorme di denaro, drogando la nostra economia, facendo credere alla gente di essere diventata più ricca solo per aver avuto facili soldi o servizi gratuiti da uno Stato molto generoso.

Spesso quei soldi, però, non venivano effettivamente spesi, ma, data l’atavica tendenza alla parsimonia della nostra genia, diventavano risparmio che andava a finanziare il debito dello Stato (BOT e CCT) e questa è anche la nostra fortuna, perché, diversamente da altri stati, il nostro debito pubblico è sostenuto per la maggior parte dal risparmio interno ("il convento è povero, ma i frati sono ricchi").

Ma quel mettere in circolazione denaro così facilmente e generosamente da parte dello Stato ha viziato profondamente la nostra economia, proteggendola dal confronto con l’esterno, ottundendo lo stimolo ad uno sviluppo vero nella competizione internazionale: di fatto ergendo una barriera invisibile tra il nostro sistema economico e il resto del mondo.

E cosa ha determinato quella politica?

      • Abbandono dei settori più avanzati della produzione tecnologica,
      • progressiva riduzione degli investimenti in ricerca,
      • classe imprenditoriale debole e alla perenne ricerca di favori dai politici e di finanziamenti dallo Stato,
      • capitalismo "becero e straccione", velleitario e con le gambe di argilla,
      • società in cui si sono irrobustite corporazioni a difesa di privilegi di ogni genere,
      • diffusa cultura dell’assistenzialismo ad ogni livello,
      • lassismo nel sistema della riscossione delle tasse
      • corruzione dilagante
      • classe politica mediocre, che fonda il consenso su clientelismo e difesa delle corporazioni
      • particolare longevità politica degli esponenti politici e un conseguente ricambio lentissimo della classe politica (solo attraverso cooptazione)
      • ecc. ecc.. (i mali dell’Italia, purtroppo sono arcinoti e se ne potrebbe riempire un intero cahier de doléance)

Cosa ha consentito a questo sistema economico di sopravvivere?

Fondamentalmente:

  • l’autoconsumo (la gran parte dei prodotti consumati prodotti all’interno del sistema)
  • il finanziamento delle importazioni (energia e materie prime soprattutto) attraverso il turismo, la moda e pochi altri settori di eccellenza legati soprattutto a quello straordinario fenomeno dei distretti industriali (sembra che in Italia ce ne siano oltre 170) sorti spontaneamente in relazione ad antiche tradizioni artigiane e culturali
  • non certo sotto lo stimolo dell’indirizzo politico l’inflazione e le periodiche svalutazioni della nostra moneta nei confronti delle altre divise.

E’ chiaro che ciò non poteva durare: nel momento in cui la globalizzazione intride profondamente l’economia e il processo di integrazione europea diviene più spinto, i nodi vengono al pettine!

      • La concorrenza dei prodotti asiatici ci ha messo improvvisamente di fronte alla arretratezza del nostro sistema economico, mandando fuori mercato moltissime aziende
      • Le garanzie sociali (che avevano contribuito fortemente alla stabilità del sistema) vengono corrose dalla concorrenza degli stati dell’est europeo
      • I vincoli posti dagli organismi internazionali (FMI, WTO, Banca Mondiale) e dai trattati europei ci impediscono di continuare a vivere al di sopra dei nostri mezzi (giustamente i nostri partner europei non possono accettarlo, giacché avendo una moneta comune e un’economia integrata, sarebbe come scaricare su di loro i costi del nostro lusso)

E allora che fare?

Certamente non arretrare su posizioni di chiusura, difensiviste, populiste, demagogiche, ispirate alla visione di un capitalismo selvaggio (tuttavia protettore dei privilegi consolidati), in cui le regole sono solo un fastidio e pagare le tasse è da fessi.

Questo è un inseguire al ribasso i nostri concorrenti dell’est europeo e dell’estremo oriente ed un imbarbarire il consesso sociale: non è in questa direzione che l’Italia può uscire dal pantano in cui è venuta a cacciarsi!

Invece occorre rilanciare aprendosi e accettando risolutamente le sfide, svuotando vecchie e nuove sacche di privilegi, facendo entrare aria nuova nelle ammuffite stanze del potere e della politica, sciogliendo "lacci e lacciuoli"; uno Stato "leggero" ed efficiente, con regole chiare, forti, condivise, che valgono per tutti, che garantisca tutti allo stesso modo e che soccorra quando è necessario; una cultura della cittadinanza moderna, solidale, inclusiva; una visione dei problemi laica e responsabile; un sistema che premi il merito, che investa in innovazione, sapere e saper fare; un sistema in cui i "furbetti del quartierino" e i loro protettori altolocati siano solo un incubo da cui ci si è risvegliati.

Una sterzata, insomma, ma quando si sterza, si sa, le ruote stridono e la gente si sente sballottata! E’ ovvio che si viene a determinare una situazione di grande resistenza da parte di chi in quella situazione ci sguazzava in funzione dei suoi privilegi veri o presunti (si!, perché c’è anche un’inerzia culturale da vincere, oltre che economica).

E, dunque, un governo (sperabilmente) ispirato a questa visione (vedi il programma) non poteva che, come primo atto, togliersi dal collo il fiato dell’Europa riportando il rapporto deficit/pil nei parametri consentiti, con una forte operazione finanziaria (cosa che si può fare solo all’inizio di una legislatura) e cominciare a rimettere un pò in ordine i conti pubblici (e io mi fido di più di un autorevole banchiere, con grande reputazione a livello internazionale, che di un commercialista aduso ad imbellettare i bilanci dei suoi clienti e a cercare scappatoie ai rigori del fisco).

Successivamente (e sempre sperabilmente) potrà avviare una politica socio-economica di alto profilo, ispirata a criteri di apertura, collaborazione, integrazione, innovazione su una società ingessata dalla burocrazia e dalle corporazioni, dissanguata e depressa dalla corruzione e dal malaffare, intossicata dallo scontro tra chi ha e lo vuole difendere e chi si sente sempre più precario, arcaicizzata e crepata da spinte separatiste, miopi e grette, soffocata dalla collusione tra politica e mafia, viziata dal clientelismo e dalla premiazione alla mediocrità becera e ignorante, infiltrata da tentazioni assolutiste e di intolleranza.

In questa politica non si può non tener conto che in questi 5 anni di euro c’è stato un’enorme trasferimento di ricchezza dalle classi a reddito fisso verso altre classi sociali, pertanto questa politica non può non avere anche come obiettivo l’equità (per un banale problema di stabilità sociale e non tanto per un fatto ideologico).

La politica non può e non deve essere solo sintesi (specialmente in una società articolata e complessa come la nostra, con molti interessi arcigni e contrapposti) altrimenti si paralizza. Essa deve essere in grado di dare precisi segnali di direzione (specialmente in un momento come questo per l’Italia), tenendo conto dello scenario internazionale e della complessità di una società moderna.

La politica non è solo mediazione, ma anche scelte, e l’arte della politica è fare in modo che queste scelte siano condivise: in ciò l’importanza della leadership e del carisma (ma, purtroppo, la comunicazione ha confuso un pò tutto) e deve essere indirizzata al bene collettivo, inteso come riduzione della sofferenza media di una società.

E qui interviene il discorso sulla necessità che la classe politica si doti quanto prima di una cultura della complessità (ma, intanto, potrebbe iniziare col dotarsi di cultura tout court), giacché solo la visione che deriva dal pensiero complesso può fornire il sostegno a un governo in condizioni di incertezza, fornire quel livello superiore di razionalità che permette di comprendere l’ineliminabile molteplicità (conflittuale e discordante) nell’unità, di agire nella consapevolezza di una "ecologia dell’azione" (inter-retro-azioni che possono determinare una distorsione parziale o completa degli obiettivi prefissati) e, dunque, la necessità di una continua sorveglianza delle conseguenze delle azioni e il coraggio di correggersi tempestivamente.

Rileggendo alcuni articoli di Padoa Schioppa, come editorialista del Corriere della sera, occorre riconoscere che il pensiero complesso non è assente in questa compagine governativa (ma, forse, perché Padoa Schioppa non è un politico!).

 

Gianfranco Pugliese



by cmazzuc last modified 06-10-2009 21:25
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