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networking e collaborazione, social networking
Zero Comments - il bel libro di Geert Lovink
Carlo Mazzucchelli
[ Riprendo un interessante articolo/recensione di Benedetto Vecchi pubblicato su Il Manifesto, del 19 aprile 2008 e ripreso anche da CulturaLibera.org. Segnalo in particolare la riflessione sul social networking e sul ruolo dei social networks nella socializzazone degli stili di vita e consumi culturali. Temi più volte toccati su questo portale e argomento di riflessioni online e pubbliche (vedi evento MIT e articoli qui pubblicati ] Dalle macerie della «New Economy» al successo di YouTube e MySpace. Un
percorso di lettura a partire dal volume «Zero Comment» dello studioso
olandese Geert Lovink dedicato all'esplosione dei blog e del social
networking su Internet Geert Lovink è un veterano della network culture. Con i suoi libri ha contribuito a una vera e propria «storia del presente» digitale. È stato infatti l'ispiratore di Nettime, una delle mailing list più interessanti degli anni Novanta; è stato inoltre testimone partecipe della cosiddetta media art; ha altresì analizzato puntualmente l'euforia della new economy, con la conseguente «depressione» derivata della sua crisi. La sua analisi della blogsfera è quindi in piena linea di continuità con la sua attività di media theorist, come talvolta ama definirsi.
Condividere e partecipareL'analisi critica della
blogsfera fanno di Zero comments uno dei testi migliori dedicati alla
vita nel cyberspazio, assieme all'enciclopedico La ricchezza della rete
di Yochai Benkler (Università Bocconi Editore) e a Cultura convergente
di Henry Jenkins (Apogeo). Ma l'aspetto più pregnante di questo volume
è da cercare nell'analisi che l'autore svolge sulla realtà emersa dalla
crisi delle new economy, che ha visto uno spostamento significativo
verso il social networking, di cui la blogsfera è l'espressione più
problematica, mentre quella più seducente è da cercare nelle esperienze
di YouTube, Facebook, Myspace. Il social networking è dunque l'angolo prospettico da cui guardare la realtà sociale dentro e fuori lo schermo. Da una parte, infatti, il social networking esprime i cambiamenti nella prestazione lavorativa, ma anche i mutamenti nella concezione della proprietà privata e nell'organizzazione produttiva. Dall'altra è il contesto in cui si manifestano le forme di resistenza e i nodi problematici della critica al capitalismo contemporaneo. Le parole chiave per accedere alla sua comprensione sono condivisione e proprietà intellettuale. Condividere è il verbo che ha accompagnato Internet sin dal suo debutto ed è stato subito fatto proprio da chi riteneva il web uno spazio alieno alle logiche mercantili dominanti al di fuori dello schermo. La condivisone del sapere, della conoscenza, delle immagini è stato anche l'ordine del discorso attorno al quale ha preso il via la critica alla proprietà intellettuale. Un'attitudine alla cooperazione che subisce una «torsione mercantilista» quando il web è individuato come un luogo dove fare affari. È il tempo dei portali e del sogno di trasformare gli internauti in comunità di consumatori fedeli alle imprese che riescono a intercettarli nel loro nomadismo digitale. Depressione da internetIl social networking si impone nel cyberspazio quando le imprese della net-economy deflagrano, bruciando in pochi mesi centinai di miliardi di dollari investiti da spregiudicati «capitalisti di ventura». Sarebbe tuttavia errato considerate il social networking un compiuto e riproducibile nuovo modello di business che fiorisce sulle macerie della new economy. YouTube, Facebook, MySpace sono la via di fuga dalla cosiddetta internet depression che rivendica al web la caratteristica di medium per una socializzazione dei propri stili di vita e consumi culturali al di fuori però della ferree leggi dell'economia di mercato. Si badi bene, però, presentare quei siti non come come prototipi di una possibile attività produttiva, ma solo come espressione di un uso ludico e relazionale della rete, non vuol dire che il social networking è da interpretare come esito di una critica al capitalismo. Semmai è espressione di una «logica del dono» che offre un riparo e il contesto dove ripristinare un legame sociale altrimenti cancellato dall'economia di mercato. Quando Google ha acquisito YouTube molti analisti hanno discettato su come l'impresa di Larry Page e Sergej Brin potesse trasformare quel sito in una fonte di profitto, viste le difficoltà che avrebbe e ha incontrato nei rapporti con altre imprese che già rivendicavano i propri diritti di proprietà intellettuale sul materiale video, musicale messo in rete da centinaia di milioni di utenti indifferenti, se non ostili alla richiesta di rispettare il copyright sui quei file liberamente e gratuitamente condivisi su YouTube. Alla fine, gli unici affari che la società di Mountain View è riuscita a fare hanno riguardato il vecchio e profittevole core business delle inserzioni pubblicitarie. Lo stesso si può dire con Rudolph Murdoch con MySpace o la grande partita a risiko attorno alla possibile acquisizione del motore di ricerca Yahoo! da parte di Microsoft. Innovare senza investireNel
volume di Don Tapscott e Anthony D. Williams Wikinomics (Rizzoli-Etas)
sono presentati molti esempi di social networking che hanno cambiato la
rete, ma in ben pochi casi si tratta di siti e esperienze che si sono
tradotte in ben pochi casi in modelli di business. È certo, però, che
le grandi corporation considerano il social networking il luogo dove
attingere per innovare tanto i loro processi lavorativi che le merci
che producono. Una fonte di innovazione spesso gratuita, dato che molti
siti, programmi informatici, contenuti prodotti all'interno di
esperienze di social networking sono open e non sottostanno quindi alle
norme dominanti sulla proprietà intellettuale. Siamo dunque giunti alla
seconda parola chiave per comprendere ciò che sta accdendo in rete, la
proprietà intellettuale.
Tra populismo e rivoltaL'esplosione della blogsfera va quindi intesa come la rappresentazione, seppur caotica, di un processo di soggettivazione ambivalente, ma tuttavia aperto alla politicizzazione dei rapporti sociali capitalistici dentro e fuori lo schermo. È certo un processo all'insegna di una desolante autoreferenzialità evidenziata da quel zero comment segnalato da Geert Lovink. Ma non si può non concordare con l'invito dello studioso olandese a immaginare e sviluppare un ordine del discorso affinché i commenti perdano, quando presenti, la loro matrice populista e si aprano a processi di autorganizzazione e di conflitto contro chi esercita il potere sulla vita dentro e fuori lo schermo. |
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In questo libro sono
analizzati criticamente alcuni luoghi comuni dei blog. L'altro
paradosso riguarda la rappresentazione della blogsfera come esempio di
«comunicazione trasparente»: per
Ma se queste
sono le tendenze del capitale digitale, l'invito di