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complessità

Nota introduttiva agli incontri

Francesco Zanotti

Prendere sul serio la complessità: la proposta di un cammino

Il mondo e le nostre vite sono pervase dalla sfida del cambiamento “profondo”.

Il mondo: è necessario cambiare il modello di società attuale. Tutti i problemi che ci affliggono nascono da un modello di società che non è più adatto a costruire la felicità dell’uomo. Tutte le opportunità che stanno emergendo contengono la visione, anche se sfuocata e incerta, di un nuovo modello di società.

Le nostre vite: le identità che abbiamo costruito nel passato hanno senso solo all’interno della società industriale. Il disagio esistenziale che stiamo soffrendo è un segno del fatto che le nostre identità stanno perdendo senso insieme alla società che le ha espresse.

Solo un esempio: noi tutti abbiamo identità professionali specialistiche. Identità di questo tipo hanno senso solo all’interno di una società (la società industriale) che è fondata sul concetto di specializzazione. Quando questo modo di organizzare il sociale (la specializzazione) perde di senso anche le nostre professionalità lo seguono.

Allora è necessario cambiare società e vite. Ma come fare? Per riuscirci è necessario cambiare la visione del mondo alla quale ci siamo ispirati per costruire società e vite.

E’ necessario cambiare la visione del mondo tipica della società industriale.

Nel corso del XX secolo sono apparsi una serie di stimoli rilevanti per costruire una visione del mondo alternativa. Ma la nostra voglia di conservazione ha fatto sì che i nuovi stimoli rimanessero specialistici ed interstiziali. Li abbiamo utilizzati per rinnovare la facciata le nostre professioni. E non per tentare di cambiare il mondo, accettando la sfida di cambiare noi stessi.

Questa nostra difesa ha emarginato la vera classe dirigente. Cioè coloro che hanno la responsabilità di sistemi complessivi. La responsabilità complessiva di una impresa, responsabilità di gestione di attori sociali e politici, responsabilità complessive di governo locale, nazionale o internazionale.

La vera classe dirigente è, così, rimasta immune dalla complessità. E, quindi, non ha potuto sfruttarne tutte le potenzialità per costruire un nuovo mondo.

Mi si permetta di fare un caso solo: il management. Esso è diviso in rigorose specializzazioni. Soprattutto per quanto riguarda consulenti e formatori. L’avvento della complessità ha in  qualche modo rafforzato questa strutturazione specialistica. I formatori hanno cominciato a fare corsi su qualche dettaglio della complessità (con grandi imprecisioni perché molte metafore della complessità richiedono forti competenze scientifiche). Ma non l’hanno usata per immaginare una nuova modalità di gestione aziendale. E’ accaduto qualcosa di simile a quanto sta accadendo con i bilanci di sostenibilità. Invece di essere occasioni per ripensare la strategia dell’impresa, sono diventati “atti dovuti”. Da delegare a specialisti che, per autorealizarsi, li giocano alla roulette dei premi.

La via alternativa? Che la metafora della complessità suggerisse nuove modalità per ridisegnare e gestire imprese, attori sociali etc nella loro complessità.

Ci siamo impegnati seriamente a depotenziare la metafora della complessità, a banalizzare il suo potenziale, ma non è ancora tutto perduto. “Non è mai troppo tardi” diceva una fortunata trasmissione che negli anni ’50 ha dato un rilevante contributo alla alfabetizzazione di questo paese.

Per fari sì che la metafora della complessità diventi una risorsa per costruire una nuova visione del mondo che ci permetta di cambiare la nostra società e le nostre vite abbiamo iniziato un percorso di ricerca fondamentale. Non ricerca applicata, ricerca fondamentale. Il mondo professionale italiano ha sempre sottolineato l’importanza della ricerca. Ma per gli altri. Sono le industrie che devono fare ricerca tecnologica. Le professioni sono fatte di esperienza. O di imitazione di esperienze e ricercuncole altrui.

Il nostro obiettivo è quello di socializzare i primi risultati di questa ricerca. Perché lungo questo cammino si aggiungano a noi molto altri per alleviare la fatica e per fornire entusiasmo. Ma anche perché si otterrà un risultato fecondo se questo risultato sarà sociale. E non il frutto di qualche genio, anche molto genio, che non può che scrivere romanzi e non storie sociali.


by Carlo Mazzucchelli last modified 15-11-2006 10:48
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