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Fonti alternative e Biocarburanti: diversi modi di vedere il problema energeticoDal Sole -24 Ore di venerdì 30 marzo 2007: “Castro: i biocarburanti affameranno i poveri”. Dal Sole- 24 Ore di sabato 31 marzo 2007: “Le suore che coltivano l’elettricità”. Due articoli che, a distanza di un giorno, affrontano con modi e punti di vista diversi il problema mondiale della ricerca e dell’uso di fonti alternative di energia. Negli anni settanta del passato secolo si paventavano imminenti e profonde crisi energetiche derivanti da una presunta e temuta diminuzione delle riserve di petrolio, cosa che avrebbe fatto ritornare l’umanità indietro di qualche secolo, se si fosse realizzata. Per fortuna di tutti noi, i calcoli si sono rivelati imprecisi e la carenza di petrolio (ma anche di gas naturale) non si è verificata. Si sono, invece, verificate crisi “politiche”, che hanno determinato e determinano alterazioni, anche profonde, dei prezzi dei prodotti primari, ma che, comunque, non li rendono meno disponibili sui mercati, solo più costosi. Resta, comunque, un fatto certo: prima o poi ciò che da tempo stiamo consumando, senza particolari sentimenti di oculato risparmio e senza che si adottino seriamente altre risorse, finirà e saranno guai seri per chi non si farà trovare preparato al fatidico appuntamento. Fonti alternative al petrolio ce ne sono (per il gas il problema potrebbe essere più complesso). Le centrali nucleari sono una realtà consolidata da anni in diversi Paesi. L’energia che si ricava non produce inquinamento, ma esistono il pericolo di incidenti dagli effetti devastanti ed il problema della conservazione e dello smaltimento delle scorie, il cui deperimento, purtroppo, non è misurabile in pochi anni, richiede soluzioni oltremodo sicure. L’energia elettrica può anche essere prodotta recuperando e trattando materiali di scarto, attraverso quell’operazione che viene definita come “termovalorizzazione”, una parola che serve a nobilitare ciò che significa semplicemente “brucio ciò che non posso recuperare e recupero il calore prodotto”. Magari, l’impianto è pure in grado di generare energia elettrica. Sicuramente il sistema è più efficiente di diverse e più o meno male regolate (quindi maggiormente inquinanti) caldaie sparse nei condomini, ma resta sempre il fatto che qualche gas di troppo continua ad essere immesso nell’aria che respiriamo. Fotovoltaico ed eolico sono ancora piuttosto marginali nella produzione di energia elettrica. Il fotovoltaico, poi, è ancora costoso e con una bassa redditività; due cose che rendono elevato il costo del prodotto finale. Il movimento delle automobili avviene sempre tramite motori a scoppio, dove i derivati del petrolio sono onnipresenti e praticamente padroni assoluti. E anche quando, in circoscritti casi, si usano i motori elettrici, il problema della generazione dell’energia necessaria è semplicemente spostato dalla combustione interna al surplus di combustione necessario per produrre l’energia elettrica indispensabile per la ricarica delle batterie (e così facendo si sposta semplicemente sulle spalle di qualcun altro e in altro luogo l’inquinamento generato). È vero che oggi si stanno producendo motori ad energia promiscua, ma è anche vero che i sistemi di propulsione risultano più pesanti (quindi più “consumosi” nell’uso sia del motore tradizionale sia del motore alternativo, chiamati a spostare una maggiore massa) per via delle batterie necessarie al movimento elettrico e per i sistemi di ricarica che comprendono anche i recuperatori di energia durante i movimenti inerziali e le frenate, oltre che per la presenza del motore alternativo. Ogni aumento del peso, che non sia compensato da una equivalente riduzione in altri componenti, non migliora certamente il rendimento energetico dei motori. Esistono, infine, i così detti “biocarburanti”, cioè carburanti derivati da prodotti naturali che possono essere rinnovati (prodotti dell’agricoltura). E qui si innestano i due articoli citati all’inizio. In Brasile, da anni, si usa l’etanolo in misura non inferiore al 20% nella benzina per fare muovere le automobili e si sono messi al bando i motori diesel per uso personale. Negli Stati Uniti la benzina è miscelata con almeno il 30% di etanolo, mentre in Europa (buona ultima) si punta al 10% entro il 2020. Il problema (o provocazione) sollevato da Fidel Castro concerne il pericolo che l’uso intensivo di prodotti dell’agricoltura derivati da cereali per produrre biocarburante finisca con il portare all’impoverimento delle popolazioni e abbia gravi conseguenze sull’equilibrio ecologico del sistema, a causa della forte quantità di acqua necessaria alla produzione e del disboscamento che l’estensione delle colture finirà col richiedere (anche a seguito di aumento della speculazione). Un altro effetto collaterale si potrà avere sui prezzi dei prodotti di largo consumo che costituiscono o si avvalgono degli stessi prodotti agricoli, con conseguenze sull’economia e sul potere di acquisto delle popolazioni. Ulteriore rischio: alcuni Paesi finiranno con diventare monoproduttori, quindi condizionati e condizionanti dalle/delle altre economie (un po’ come cadere dalla padella del petrolio alla brace dell’etanolo). Vogliamo vedere che in Tanzania si trova il segreto per affrontare il problema? E qui siamo al secondo articolo citato. In Tanzania, appunto, all’interno di un villaggio tropicale, in un convento di suore Vincenziane che gestiscono alcune strutture per bambini e disabili, si affronta il problema della mancanza di energia (perché non esiste una rete elettrica nazionale ed i black-out hanno durate di ore) e della sua produzione coltivando e utilizzando una pianta locale (ma che non si trova solo in quel luogo): la Jatropha curcas, una pianta che cresce spontaneamente nell'America tropicale e nelle Indie occidentali e Capo Verde, oltre che nell'Africa equatoriale e tropicale. Da questa pianta, sebbene velenosa, si può estrarre sapone commerciabile, ma, soprattutto, un olio con il quale produrre illuminazione con emissione nulla di anidride solforosa e quasi nulla di anidride carbonica, che viene comunque eliminata dalla fotosintesi clorofilliana; l’olio può diventare anche un sostituto del gasolio per fare funzionare motori diesel sia per trazione che per produzione di energia elettrica. Trattando i residui della spremitura, si può ottenere anche gas metano oppure combustibile da cucina. La pianta ha una capacità di resa per ettaro di coltivazione, in termini di biodiesel, assai superiore alla soia ed al mais, inoltre, richiede scarsissima acqua, è in grado di sopportare anche lunghi periodi di siccità (anche due anni) e le foglie cadute al suolo lo difendono dalla desertificazione contribuendo ad arricchirlo. Dovremo, forse, un domani ringraziare questa pianta se riusciremo, almeno in parte, a sostituire il petrolio ed i sui derivati e a ridurre l’inquinamento che da essi consegue? È possibile che così vengano smorzati anche i timori espressi da Fidel Castro: la coltivazione della pianta ad uso energetico non dovrebbe apportare conseguenze negative sulle popolazioni, perché non utilizzabile a scopi alimentari, bensì dovrebbe contribuire a favorire lo sviluppo di chi si dedica alla sua coltivazione e dei rispettivi Paesi.
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