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Debolezza del dollaro, Tassi di interesse, Basilea 2. Una difficile quadratura del cerchio per le imprese.

Sembra che l’arrivo del nuovo anno abbia risvegliato nelle imprese una triplice consapevolezza: 1) l’euro si presenta troppo forte rispetto al dollaro (o è il dollaro ad essere troppo debole rispetto all’euro?), 2) la Banca Centrale Europea (BCE) ha ritoccato al rialzo i tassi di interesse sei volte nel volgere di un anno e mantiene il dito pronto sul pulsante di un nuovo aumento al minimo allarme inflazione, 3) è diventato operativo il nuovo accordo sull’accesso al credito (Basilea 2), anche se la vera efficacia inizierà dal primo di gennaio del 2008.

Tre consapevolezze che suonano, a quanto pare, all’unisono come “campanelli d’allarme”, perché “potrebbero frenare la ripresa in atto e gli investimenti”.

Cambi dollaroIl dollaro Usa ha toccato il minimo più recente il 15 novembre 2005 con il valore di 1,1667 (dall’Ufficio Italiano dei Cambi), ha superato quota 1,25 alla fine di aprile 2006 danzando al di sotto di 1,30 fino al 23 novembre 2006 (1,2953), per superare tale quota rimanendo, al 3 gennaio 2007 (1,3231), stabilmente al di sopra di essa. In appena più di un anno (al 23 novembre 2006) l’euro si è rivalutato dell’11,02% e del 13,04% al 3 gennaio 2007.

Questo significa che le esportazioni pagate in dollari diventano più costose, quindi più difficili. Di contro, le imprese che si approvvigionano di materie prime pagandole in dollari dovrebbero risentire di qualche vantaggio sui costi. Ma parlare al condizionale è d’obbligo. Uno dei costi più rilevanti è sicuramente quello energetico ed il prezzo del petrolio, che fa da guida anche alle altre fonti, sembra comportarsi da variabile indipendente tanti sono i fattori che lo condizionano, da essere non controllabile. Ed il costo energetico incide sia sulla produzione sia sulle materie importate necessarie alla produzione stessa.

I tassi di interesse sono passati dal 2% al 3,50% nel giro di un anno, corrispondente ad un aumento del 75%. Con tale misura la BCE ha inteso smorzare qualsiasi velleità di aumento dei prezzi (quindi, di inflazione) per aumento dei consumi. Anche qui bisogna capire quanto sia sostenibile il maggior costo del denaro per le imprese, che potrebbero trovarsi a fare i conti con i costi della produzione.

Debolezza del dollaro e crescita dei tassi interni possono produrre un doppio effetto negativo agendo sia sul mercato nazionale e sia su quello internazionale.

Il terzo elemento di criticità è costituito dai modificati criteri di accesso al credito dettati dal nuovo accordo bancario di Basilea.

Ora, se contro il rapporto di cambio e i tassi di interesse fissati dalla BCE le imprese si trovano, in via generale, con le armi spuntate, nel caso dei criteri di Basilea molte carte possono essere invece giocate, per controllare, in qualche misura, la variabile “credibilità”. Il costo del denaro potrebbe non essere più, nel prossimo futuro, un elemento poco determinante nell’economia dell’impresa, pertanto il ricorso al credito finirebbe con il costituire un onere sempre meno sostenibile per molte imprese (spesso rientranti tra le Pmi), che si trovassero con i conti alquanto “traballanti”. L’inconveniente non rimediabile dalle imprese, che si trovano solo oggi a realizzare l’avvicinarsi della effettiva entrata in vigore dell’accordo di Basilea, è costituito dal non avere corretto in tempo utile i propri conti. Nel 2008 le banche saranno obbligate a prendere in considerazione, per dare il voto alle aziende, i tre anni precedenti, ma se questi non risulteranno essere stati gestiti in modo adeguato allora il costo del denaro applicato sarà maggiore del necessario, per coprire le banche stesse dal maggior rischio che si troveranno ad affrontare con il finanziamento. L’effetto negativo “Basilea” finirà, quindi, con il rafforzare quello naturale dei tassi e ad entrambi gli effetti contribuirebbero ad aggravare le difficoltà delle esportazioni se anche il rapporto di cambio con il dollaro rimanesse elevato. Ma anche gli investimenti ne risentiranno per una diminuita capacità delle imprese di sostenere gli oneri finanziari, che le costringerà a fare un ricorso al credito inferiore a quello che sarebbe necessario per mantenere il ritmo dello sviluppo e dell’innovazione. Gli imprenditori dovrebbero comprendere che la forza delle loro aziende si realizza con il “capitale proprio” piuttosto che con quello di terzi (costoso), soprattutto quando questo dovesse essere rinnovato con frequenza tale da generare problemi di liquidità. Il consiglio che fornisce Riccardo Monti, a.d. di Boston Consulting Italia, è che “Oggi più che mai appare indispensabile aggregarsi, rafforzare gli equilibri finanziari, aprire al private equity”. Si tratta, in pratica, di una rivoluzione a cui devono andare incontro molti imprenditori che non vogliono correre il rischio di vedere scomparire la loro azienda.



by Valter Vacchini last modified 05-01-2007 08:35
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