ROMA - «Da circa dieci anni l'ansia della rincorsa non basta più quale propulsore della società italiana. Abbiamo rallentato la capacità di produrre e troppi si aggrappano alla rendita».
Se non interviene un mutamento profondo - argomenta il ministro - l'Italia tornerà un Paese povero. «Poche le nascite, poche le persone che partecipano alle forze di lavoro. Pochi investimenti, poca ricerca in sempre meno numerose grandi imprese, poche invenzioni, pochi brevetti italiani, poca flessibilità del lavoro nell'impiego pubblico e in quello privato».
Il ministro pone sotto accusa lo sfruttamento di situazioni di rendita come elemento frenante della nostra società.
«La differenza stessa tra produzione e rendita - scrive - talvolta ci sfugge. È rendita quella del giovane che si definisce imprenditore, mentre sta consumando l'avviamento dell'impresa fondata dal padre o dal nonno. O quella del titolare di cattedra che da anni non fa ricerca, non pubblica su serie riviste scientifiche, e non c'è mai per gli studenti. O quella del contratto di lavoro inflessibile, sempre più in contraddizione con la concorrenza mondiale e col cambiamento tecnologico».