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dallo stato etico alle stato economico - patrimoniale

sergio sabetta


DALLO STATO ETICO ALLO STATO ECONOMICO - PATRIMONIALE

Secondo il dizionario di filosofia dell'Abbagnano si possono distinguere tre concezioni fondamentali dello Stato.

  • La concezione organicistica

  • La concezione contrattualistica

  • La concezione formalistica

Nella concezione organicistica lo Stato è indipendente dagli individui e precedente ad essi in quanto simile ad un organismo vivente costituito dall'insieme degli individui ma anteriore ad essi, pertanto tale da giustificare la soggezione degli individui rispetto al tutto. Vi è in altre parole la superiorità della collettività sul singolo la quale si trasforma da un obbligo giuridico in un obbligo morale verso lo Stato, che può giungere alla richiesta dei maggiori sacrifici indipendentemente da eventuali controprestazioni. La tesi estrema a cui può giungere tale concezione conferendo allo Stato una razionalità perfetta, l'autosufficienza e la supremazia assoluta è l'identificazione con la divinità: lo Stato è Dio (Hegel).

Nella concezione contrattualistica viene esaltata la fattiva opera umana, i caratteri dello Stato non sono altro che il risultato dell'azione degli individui; acquista fondamentale importanza il patto o convenzione fra i membri che lo costituiscono, questo anche in rapporto ai limiti dei diritti e doveri dei singoli rispetto allo Stato.

Nella concezione formalista, che si contrappone alle due precedenti definite anche sociologiche per il riferirsi alla realtà sociale intesa come comunità residente sul territorio, prevale l'identificazione con l'ordinamento giuridico inteso nel suo carattere normativo e coercitivo. In altri termini lo Stato non è che una società politicamente organizzata in quanto comunità costituita da un ordinamento coercitivo da identificarsi nel diritto (Kelsen).

Questa teoria nel porre l'equivalenza tra tutti gli ordinamenti giuridici non permette di differenziare le varie forme di Stato, dallo Stato patrimoniale allo Stato assolutistico e allo Stato liberale, dallo Stato totalitario allo Stato collettivistico e allo Stato democratico, ecc., svuotando la stessa funzione dello Stato di diritto quale garante dei “diritti inalienabili” dell'individuo.

Questo porta Humboldt a parlare di limiti all'azione dello Stato per l'impossibilità di raggiungere certi fini con il solo mezzo della tecnica coercitiva.

Lo Stato moderno nasce dalla distinzione tra poteri privati e poteri pubblici, i primi gestiti dai ceti il secondo dal “principes” che porta progressivamente alla separazione e contrapposizione tra Stato e società (Bodin, Altusio, Hobbes). La crescita delle funzioni statali a seguito dell'industrializzazione conduce alla progressiva invadenza statuale, fino allo Stato collettivistico e totalitario contrapposto allo Stato democratico e liberistico che pervade il dramma del `900, detto anche secolo breve se si identifica nella nascita e caduta dei sistemi totalitari di matrice occidentale (1914 - 1989).

Con il ventennio a cavallo tra XX e XXI secolo avanza una nuova forma di Stato economico - patrimoniale, il prevalere dell'economicismo e del tecnicismo su qualsiasi aspetto etico, anche a seguito dei fallimenti registrati dalle ideologie totalitarie imperanti nel secolo precedente, porta come reazione ad una esasperazione dell'individualismo fino ad esaltare quali virtù collettive degli eccessi speculativi immediati. D'altronde in ogni momento di cambiamento culturale ed economico vi è il cadere delle vecchie regole morali e comportamentali, con la legittimazione del successo per il successo nella ricerca di un benessere economico che appare facilmente acquisibile da tutti e che risulta essere nell'immediato l'unico parametro su cui poter misurare i risultati. Senza considerare che in realtà il benessere economico quale risultato di Know how, come può essere facilmente acquisito altrettanto può essere facilmente dissipato se non regolato da norme comportamentali morali.

Ritiene O'Connor che lo Stato capitalistico espleta due funzioni fondamentali, l'accumulazione e la legittimazione, spesso in forma contraddittoria, per permettere l'accumulazione deve sforzarsi di creare e conservare “condizioni idonee all'armonia sociale”, si che gli esborsi pubblici hanno la doppia funzione di incrementare il profitto per la parte produttiva e conservare la pace sociale aumentando il consenso con gli esborsi non produttivi.

Se la logica non è solo direttamente economica, ma anche indiretta nel riportare ad unità d'azione una conflittualità sempre potenzialmente presente, appare del tutto evidente che la logica economica non è solo di mercato ma politica.

Deve tuttavia osservarsi che vi è una differenza tra amministrazioni statali e locali (Regioni - AA.LL.), che O'Connor contrappone, nel caso di studio americano, in federali e statali - municipali. Mentre nel primo caso prevale la funzione coordinatrice e compensatrice tra gli interessi in gioco, nella seconda ipotesi vi è una intricata rete di rapporti informali tra potere economico e politico per la maggiore contiguità.

Questo non toglie una autonomia statale determinata dal permanere di una propria mentalità e ideologia nei funzionari addetti alle strutture, ancor più radicata se di maggiori e antiche tradizioni, tanto da condizionare pesantemente le scelte pubbliche e diventare elemento di vantaggio come hanno evidenziato Krasner e Katzenstain, in quegli stati dotati di strutture salde.

Emerge sempre più una visione esclusivamente economica dello Stato dall'esaurirsi dell'ulteriore elemento etico - idealista, Lindblom giunge ad affermare che la distinzione tra un governo e l'altro dipende fondamentalmente dal grado in cui mercato e governo si sostituiscono l'uno all'altro.

Nel modello politico l'organizzazione sociale avviene attraverso l'autorità, mentre nel modello economico la regolazione avviene attraverso lo scambio ed il mercato, le difficoltà nascono nel rapportare questi due sistemi. L'autore sostiene che la differenza sostanziale risiede nella necessità di uno scambio di valori tra le parti nel modello economico al fine di ottenere la conformazione del comportamento, mentre in quello politico interviene il potere coercitivo dell'autorità a costo nullo, anche se poi l'apparato per ottenere la coercizione, inizialmente anche se a costi contenuti come sostenuto da Lindblom, acquista nel tempo un notevole peso.

Quanto detto è stato tuttavia modificato dall'irrompere sulla scena sociale della globalizzazione, ossia della rottura tecnologica delle strutture economico - sociali chiuse proprie degli imperi coloniali e dei blocchi contrapposti, circostanza che aumentando la complessità ha portato alla perdita complessiva del controllo politico totaleggiante mediante autorità, cercando un sostituto nel controllo mediatico e nella diffusa suggestione presso l'lettorato di una onnipotenza gestionale politica sui processi economici e i problemi quotidiani che essi comportano.

Consegue la necessità di una stretta collaborazione tra leadership economica e leadership politico - burocratica, che può diventare conflittuale solo in casi occasionali e limitati.

Il potere politico, sostenuto dai mezzi finanziari e di comunicazione del potere economico, deve a sua volta garantire con continuità al potere economico profitti e prosperità; ne deriva che lo Stato solo superficialmente è arbitro neutrale fra tutti gli interessi ma di fatto tende a tutelare gli interessi economici, se non a nascondere aspetti affaristici. In questa sua logica vi è una protezione dei grandi interessi finanziari a lungo termine, anche se occasionalmente possono essere protetti interessi economici minori, il controllo avviene attraverso la proposta ed assimilazione mediante la comunicazione e gli incentivi premianti di modelli economici comportamentali idonei al “blocco di potere”. In realtà lo Stato ha anche una funzione di legittimazione del sistema dovendo mediare tra gli interessi in contrasto, al fine di fare emergere “interessi comuni” che garantiscano l'equilibrio necessario al processo di accumulazione (Lindblom, Miliband, Offe, Poulantzas).

Se le due leadership sono in simbiosi possiamo pensare allo Stato come una holding “pura” che controlla finanziariamente altre società operanti con una struttura “a cascata”, in cui vi è una specializzazione produttiva non solo per area amministrativa ma anche per area territoriale, tale struttura a seguito delle ultime riforme costituzionali assume aspetti che l'avvicinano al “cartello” in cui gli azionisti di riferimento sono costituiti dai partiti e dai maggiori gruppi economici organizzati. In questa ottica, che si rifà idealmente ai comuni e repubbliche mercantili medioevali, è più facile leggere sia le recenti riforme costituzionali che la ricerca dell'utile a breve termine da parte di una classe politica strettamente vincolata al potere economico anche nella versione immediatamente speculativa.

Emerge la necessità di rifondare una morale idonea a creare un clima di fiducia per il migliore funzionamento del sistema, evitando una depressione per sfiducia ed eccesso da costi di salvaguardia relazionali (L. Zingales, E' il rispetto dell'etica che allontana il declino, Sole 24 Ore, 12, 21/12/2005).

Come sostiene Dahl il capitalismo è al tempo stesso lievito e limite alla democrazia.

Lievito in quanto permettendo lo sviluppo delle singole capacità economiche nella ricerca dell'utile, aumenta la capacità di produzione di beni e servizi in modo più sistematico ed esteso, con costi efficienti rispetto ad un centralismo totalitario dotato di un pachidermico e lento apparato gerarchico, con la conseguente maggiore disponibilità di risorse da inserire nel circuito politico della contrattazione, rendendo vantaggiosa la cooperazione. Il miglioramento delle condizioni individuali crea le condizioni culturali ed economiche per partecipare e tutelare il sistema, in sostanza un'economia decentrata crea cittadini indipendenti che rafforzano le istituzioni democratiche.

Limite in quanto un mercato senza regole danneggia la comunità scaricando interamente su di essa i costi della produzione senza internalizzare parte dei costi sociali, ma il mercato se da una parte crea nuove risorse ridistribuendole dall'altra lasciato a se stesso ricrea disuguaglianza, con il prevalere di gruppi economici sempre più forti e articolati che condizioneranno lo Stato e limiteranno progressivamente la democrazia.

A sua volta il mercato non lo possiamo più individuare in un semplicistico rapporto tra proprietà pubblica e privata con le rispettive finalità, ma si complica nella sua essenza mediante il proliferare di enti che perseguono privatamente fini sociali i quali possono essere in contrasto fra loro.

Aumenta la complessità della mediazione politica accresciuta anche dal pluralismo istituzionale quale espressione della complessità sociale, si che l'accresciuta capacità culturale dei singoli cittadini non è di per se stessa sufficiente a padroneggiare la complessità delle questioni politiche, complessità aumentata dalla pluralità delle comunicazioni tecnologicamente facilitate che per questo non si traduce automaticamente in una più chiara comprensione, infatti i segnali possono essere confusi se non addirittura opposti producendo stress sui singoli destinatari con conseguente progressivo distacco.

Bibliografia

  • N. Abbagnano, Storia della filosofia, Vol.III, UTET , Voci: Hegel, L'idealismo italiano;

  • N. Abbagnano, Dizionario di filosofia, UTET, Voci: Stato;

  • B. Dente, In un diverso Stato, Il Mulino, 1995;

  • R.A. Dahl, Sulla democrazia, Laterza, 2000;

  • R. Miliband, Lo Stato nella società capitalistica, Laterza, 1970;

  • C.E. Lindblom, Politica e mercato. I sistemi politici economici mondiali, ETAS, 1979;

  • J.F. O'Conner, La crisi fiscale dello Stato, Einaudi,1977;

  • C. Offe, Lo Stato nel capitalismo maturo, ETAS,1977;

  • N. Poulantras, Il potere nella società contemporanea, Editori Riuniti, 1979,

  • S.D. Krasner, Defending the National Interest, Princeton University Press, Princenton, 1978.


by sergio sabetta last modified 09-02-2008 22:29
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