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Una favola sullo sviluppo possibile

Luciano Martinoli

C’era una volta un uomo che abitava in una valle isolata dal resto del mondo da una catena di monti altissimi. Gli abitanti del luogo vivevano coltivando il loro orto, cacciando nelle foreste sulle montagne, allevando i pochi animali necessari a soddisfare i loro bisogni. L’uomo si accorse che una pianta nel suo orto, quella di pomodoro, cresceva meglio se coltivata da sola, con più acqua, luce e lavoro. Decise allora di dedicarsi al solo pomodoro e i risultati non si fecero attendere: i frutti erano più abbondanti e i migliori della valle e al mercato venivano venduti in un batter d’occhio, anche se costavano più degli altri. L’uomo iniziò ad arricchirsi e a comprare i terreni a lui vicini che, pagandoli bene, non faceva fatica ad accaparrarsi. Da solo non riusciva a coltivare i campi e così iniziò ad assumere braccianti che, con i guadagni che otteneva, accorrevano in massa per le paghe più alte. Divenne, così, ricco e investiva somme consistenti nel diventarlo ancora di più: acquistando terreni e assumendo gli abitanti della valle che, a loro volta, condividevano il benessere dell’uomo grazie agli alti salari.

Grazie ad alcuni accorgimenti, suoi e dei suoi dipendenti, riuscì anche a trovare il modo di aumentare la quantità di pomodori prodotta a parità di terreno coltivato e di lavoro. Gli affari andavano a gonfie vele e l’uomo divenne il più ricco della valle, rispettato e benvoluto da tutti perché la sua ricchezza era la fonte del benessere di tutti gli altri abitanti.

Dopo qualche tempo, però, si accorse che la richiesta di pomodori iniziava a calare e decise, per evitare di perdere denaro, che di alcuni braccianti non aveva più bisogno. Ci furono timide proteste da parte dei malcapitati i quali, però, accettarono di essere sacrificati per il benessere collettivo. Le cose purtroppo andarono sempre peggio e altri lavoratori subirono le sorti dei primi. I pomodori erano diventati l’unico alimento degli abitanti della valle, avendo l’uomo acquistato tutti i terreni, e sempre meno persone erano in grado di comprarli, lavorando quasi tutti alla coltivazione del pomodoro e percependo stipendi sempre più miseri o addirittura nessun salario essendo stati licenziati. Anche il patrimonio dell’uomo iniziava ad essere minacciato: non si vedevano possibilità di ulteriore sviluppo e vi erano seri pericoli che venisse ad impoverirsi per tale motivo.

L’uomo allora si rese conto che la sua ricchezza, creatasi con lo sviluppo di un nuovo mercato, arrivata al punto di averne toccati i confini, anche fisici, non poteva più svilupparsi ulteriormente. Ciò che era stato fonte di benessere per lui e per la valle, si stava trasformando in una sciagura per tutta la comunità: molti erano piombati in uno stato di povertà estrema, denutriti per l’alto prezzo dei pomodori e l’assenza di altri prodotti della terra, anche sulle pendici più basse dei monti vi erano campi di pomodoro di sua proprietà. Capì che una tale situazione avrebbe potuto travolgerlo e che i capi della comunità da soli erano incapaci di trovare una soluzione. Decise allora di chiamare a raccolta tutti coloro che avevano “interessi” comuni ai suoi per progettare insieme uno sviluppo diverso.

L’uomo aveva capito che a quel punto una sua “Responsabilità Sociale” non solo gli avrebbe permesso di riacquistare la considerazione della valle ma, soprattutto, avrebbe difeso il suo patrimonio e trovate nuove occasioni di sviluppo sia dell’impresa che del contesto in cui prosperava, condizione, quest’ultima, necessaria per realizzare la prima.

Fin qui la favola.

La domanda è: quante aziende oggi, in Italia e nel mondo, sono nella stessa situazione di aver saturato il mercato e iniziano ad impoverire, invece che arricchire, il contesto ambientale e sociale nel quale operano?

E quante di queste invece di cercare nel contesto sociale, che pur gli ha permesso di prosperare, nuove vie di sviluppo, continuano a “sfruttare” le risorse di cui sono circondati nell’illusione che siano infinite?

Molte purtroppo, oserei dire quasi tutte se, attraverso alcune loro dichiarazioni, si scopre che il tema della “Responsabilità Sociale” viene confuso con l’assistenzialismo, il mecenatismo, e le opere di carità nel terzo mondo, denunciando una diffusa strategia accessoria, difensiva.

“Ma sì anche noi siamo buoni, trattiamo bene i dipendenti, paghiamo i fornitori, le tasse e facciamo anche qualche elargizione ai meno fortunati del terzo e di questo mondo, però lasciateci lavorare, che abbiamo cose ben più importanti da fare” sembrano dichiarare, in modo più o meno esplicito, alcuni “Bilanci Sociali”, documenti nati esclusivamente per questi scopi dichiaratori per i quali sono sorte, come nei concorsi di bellezza canina, anche alcune competizioni per eleggere i più “belli”, a ulteriore dimostrazione dell’importanza che oggi le aziende attribuiscono al tema.

Ritengo che la questione debba avere ben altra priorità, essa deve far parte dell’agenda dell’imprenditore e dei manager in quanto è parafrasi dello sviluppo del mercato e della sopravvivenza della stessa impresa.

È giunta l’ora di un dibattito, serio, pacato, approfondito e scevro da preconcetti vetero-politici di una destra e di una sinistra che non spiegano più nulla (soprattutto nel mondo di oggi dove la maggiore potenza capitalistica del globo, la Cina, è il più grande paese comunista del mondo!).

Il sistema industriale, che ha creato nel mondo occidentale un benessere che l’umanità non ha mai conosciuto prima, è giunto  ad un punto che non riesce più a garantirlo, sostenerlo e, soprattutto, ad allargarlo agli altri popoli che oggi lo richiedono a gran voce.

L’autrice e protagonista di tale successo, l’azienda, oggi è chiamata ad una nuova responsabilità, quella sociale appunto, per garantire un futuro a se stessa e a chi ne fa parte, i manager e i dipendenti, ma che sono anche clienti, fornitori, azionisti, in generale portatori d’interessi per l’azienda.

Il 14 Marzo vi sarà un evento, la presentazione di una ricerca sulla Responsabilità sociale delle 40 aziende dell’indice S&P/MIB della Borsa Italiana. Oltre alla presentazione di un lavoro d’indagine, vuole essere il momento d’inizio per un dibattito sulla trasformazione del sistema industriale proprio a partire dal suo artefice, su quanto esso è oggi consapevole dei rischi che corre e che fa correre a tutti noi. Un dibattito sulla Responsabilità “tout-court” come valore più denso di significato, anche economico, del semplice “Valore per gli azionisti”.

Perché la valle è satura di pomodori e noi tutti stiamo diventando più poveri.



by Loris Belluta last modified 03-04-2007 19:00
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