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Linguaggio e complessità

Diana Pili

 

La conoscenza della propria lingua madre è data per scontata ed è considerata uno strumento per funzioni comunicative complesse di cui il linguaggio umano costituisce il presupposto.

Tuttavia, nonostante ognuno di noi abbia una competenza molto elevata e articolata della propria lingua madre, una lingua naturale (cioè una lingua umana possibile) presenta livelli di complessità che sfuggono alla nostra competenza intuitiva, ma che si palesano non appena consideriamo il linguaggio, la sua struttura e la sua forma, oggetto di ricerca scientifica.

 

Iniziatore di questo filone di ricerca linguistica, Noam Chomsky, differenziava già alla fine degli anni Cinquanta i linguaggi naturali sia da quelli artificiali (basati esclusivamente su relazioni di tipo lineare) che dalle modalità di comunicazione animali (che a differenza delle lingue naturali umane non presenterebbero caratteristiche come la ricorsività).

 

Ma fu soprattutto l’osservazione che i piccoli della specie umana sono in grado di avere una competenza elevata di un sistema complesso come la grammatica della propria lingua in un tempo relativamente molto breve a convincerlo della necessità di postulare un componente cognitivo indipendente, la Grammatica Universale.

 

In quest’ottica, l’acquisizione di una lingua non è tanto accumulo di informazioni che diano evidenza positiva delle caratteristiche della propria grammatica (processo per il quale sarebbe necessario un tempo di acquisizione infinitamente maggiore rispetto a quello osservato), ma la possibilità di plasmare una serie di ‘regole universali’, esclusive delle lingue naturali, già presenti nel cervello del bambino per modellarle alla produzione e comprensione del linguaggio specifico a cui è esposto.  

 

La facoltà del linguaggio è quindi caratterizzata da un duplice livello di complessità; da una parte la complessità del sistema linguistico vero e proprio (della sua Grammatica, in termini chomskyani), dall’altra, la complessità del sistema biologico che lo supporta, il cervello umano.

 

L’organizzazione del sistema linguistico nelle lingue naturali è dato dalla coesistenza di diversi livelli, apparentemente indipendenti e per cui è possibile definire una serie di ‘regolarità’ proprie, nel tentativo di descriverli, cioè di venire a capo della loro complessità: tradizionalmente si riconosce un livello sintattico, responsabile per l’ordine delle parole, quello semantico, responsabile per la componente interpretativa (dal livello lessicale a quello più ampio del discorso) e quello fonologico relativo agli aspetti legati al suono e all’intonazione nella produzione e nella comprensione.

 

Se fino a non molto tempo fa si era propensi a credere che ognuno di questi moduli fosse sostanzialmente indipendente, gli studi di linguistica degli ultimi venti anni si sono focalizzati sempre di più sulle ‘interfacce’, aree in cui sintassi, semantica e fonologia si influenzano reciprocamente, ambiti che sembrano essere fondamentali per delineare l’architettura generale del sistema e che sono compresi fino ad oggi solo in parte.

 

Parallelamente alla complessità dell’architettura del linguaggio va considerata la complessità del suo principale supporto biologico, il cervello, in particolare in relazione alla comprensione di quali aree e quali connessioni si attivino nella produzione e comprensione linguistica.

 

Se fino a non molti anni fa gli studi di neurolinguistica potevano basarsi esclusivamente sull’analisi degli effetti sulla produzione e comprensione linguistica di lesioni cerebrali congenite o traumatiche (relativamente al rapporto tra la dislocazione delle lesioni e il tipo di disturbo del linguaggio rilevato), attualmente il miglioramento delle tecniche non invasive di neuroimmagine riesce a dare informazioni sempre più dettagliate sulla localizzazione di alcuni fenomeni e ampliare l’ambito di indagine a soggetti che non hanno necessariamente subito lesioni.

 

Le tecniche di neuroimmagine (le più avanzate utilizzano la risonanza magnetica funzionale) non solo hanno definitivamente confermato la rilevanza dell’area di Broca come area cerebrale fondamentale nella produzione e comprensione del linguaggio (anche se è evidente che non è l’unica), ma hanno aperto la strada ad esperimenti sempre più mirati.

Recentemente, per esempio, si è scoperto che l’area di Broca entra in gioco, cioè si attiva, solo se la produzione linguistica rispecchia patterns possibili delle lingue naturali, mentre rimarrebbe inattiva nel caso si forzi la produzione di patterns sintatticamente non compatibili con la loro struttura.

  

Diana Pili

 

 

 

Per un approfondimento:

 

Andrea Moro, I confini di Babele. Il cervello e il mistero delle lingue impossibili, Longanesi, 2006

 



by Carlo Mazzucchelli last modified 26-03-2007 10:30
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