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Impresa e cultura: una nuova proposta

Francesco Zanotti

Mi scuso, ma ritengo che quando siamo ai premi significa che qualcosa non va! Significa che è necessaria una motivazione esterna per intraprendere una attività, una motivazione che l’attività stessa non può dare. Ed allora quella attività rischia di diventare retorica. Una delle aree più a rischio di deriva retorica è quella del rapporto tra impresa e cultura. Voglio dare il mio contributo perché il rischio della deriva retorica si trasformi in uno stimolo allo sviluppo. L’occasione mi è fornita da un articolo che è apparso oggi su Affari Finanza a firma di Andrea Rustichelli che parla della presentazione del premio “Impresa Cultura”. Gli organizzatori del premio sono ben consci della necessità di far sì che gli investimenti in cultura evitino il rischio della cultura “ornamentale”, come l’ha definita il Prof. Schnapp che è intervenuto al Convegno. Ma volevo aggiungere un’ulteriore e, credo, fondamentale, contributo allo sforzo degli organizzatori del premio. Le imprese sono sostanzialmente sistemi umani. Ora la nostra civiltà è diventata bravissima a costruire e far funzionare sistemi tecnologici sempre più avanzati. Ma non lo è altrettanto con i sistemi umani. Oggi non conosciamo quali siano le “leggi” che ne guidano lo sviluppo. E, quindi, non sappiamo gestirlo. In generale ci facciamo sorprendere dalle rivoluzioni, ci adagiamo nelle crisi, addebitando le une e le altre a fattori che provengono dall’esterno dei sistemi umani. Il risultato è che attiviamo processi di cambiamento solo quando le crisi e le rivoluzioni hanno oramai sviluppato tutte le loro conseguenze. Questo vale per le imprese, ma anche per le istituzioni e per le società nel loro complesso.

Oggi non ci si possiamo più permettere un cambiamento che abbia bisogno dello stimolo di crisi o rivoluzioni. Infatti siamo tutti consci che la società industriale è arrivata al capolinea, ed è necessario sviluppare un altro tipo di società. Ma per iniziare a svilupparlo non ci possiamo permette di attendere che, ad esempio, lo sfruttamento della natura diventi devastante. Perché, anche quando una guerra totale distrugge una città, la si può sempre ricostruire, ma quando una società distrugge la natura, non vi sono più risorse per costruirne una nuova.

Anche le imprese devono arrivare a considerare il cambiamento come la dimensione naturale nella quale vivere e trovare nuovi metodi di gestione che non considerino il cambiamento stesso come una eccezione faticosa.  In sintesi, io credo che oggi sia necessaria una nuova cultura che permetta di comprendere e gestire lo sviluppo dei sistemi umani. Essa deve nascere da una visione del mondo (epistemologia) diversa da quella che ha generato la società industriale. Questo significa che non dobbiamo più vedere i sistemi umani in termini di parti e funzionamento. Ma in termini di reti a nodi protagonisti e di processi di autopoiesi “sociale”.

Ma chi deve sviluppare questa nuova cultura? Io credo che le imprese siano le prime istituzioni (anche perché dispongono di skills di investimento) che debbano investire nel suo sviluppo. Credo che il rapporto impresa cultura debba trasformarsi in un grande progetto di ricerca complessivo dove tutto il sistema delle imprese italiane investe per sviluppare modelli e metafore per comprendere i processi di sviluppo dei sistemi umani e metodologie per gestire questi processi di sviluppo.

Credo che questo investimento, oltre che generare un diretto aumento della capacità di produrre valore delle imprese perché le rende in grado di affrontare in modo molto più efficace ed efficiente il cambiamento (mi si lasci dire: in un modo profetico), si porrà anche come servizio sociale. Infatti le metafore e i modelli, le metodologie e gli strumenti potranno essere usati anche per riuscire a stimolare e gestire lo sviluppo infrastrutturale ed istituzionale del nostro paese.


I premi, il cambiamento e Nietzsche

Posted by steverza at 17-01-2007 11:39

Il tuo appassionato “appello” per una nuova cultura mi ha suscitato una proposta e un’associazione mentale: la prima è riferita ai premi, la seconda alla necessità di considerare il cambiamento come dimensione naturale.

Iniaziamo dai premi. Concordo pienamente. E proprio per questo propongo di sostituire motivazione esterna (o estrinseca che dir si voglia), con motivo. Almeno si rende piena giustizia alla motivazione, propronendola come qualcosa di “più alto” proprio perché intimamente legata a quell’impulso conscio o inconscio che nasce da dentro e spinge ad agire per se stessi e non per finalità esterne. Mentre il motivo resta un concetto “meno alto” che indica semplicemente una circostanza che spinge ad agire in un determinato modo o a compiere una determinata azione per ottenere qualcosa di diverso dall’attività in sé, come premi, elogi, incentivi, approvazione sociale. Forse è una banalità, ma forse serve a non ingannarci; poiché dal punto di vista psicologico c’è una stretta relazione tra soddisfazione e motivazione: non si può essere soddisfatti se non si è motivati. Certamente posso rifiutare, negare e rimuovere fin che voglio questo aspetto, ma nel mio profondo, comunque sia, so che quel premio non può soddisfarmi perché la mia condotta è stata assolutamente utilitaristica.

Arriviamo ora al cambiamento come dimensione naturale. Dicevo di un’associazione mentale: quella con un ficcante pensiero di Nietzsche.

“Come un medico manda il suo malato in un ambiente completamente nuovo, in modo da allontanarlo da tutto il suo "ieri", dalle sue preoccupazioni, dagli amici, da lettere, doveri, balordaggini e tormenti della memoria, così che costui impari ad allungare mani e sensi verso nuovi alimenti, verso un nuovo sole e un nuovo futuro, così mi costrinsi anch'io, medico e malato in un'unica persona, a un clima mentale opposto al consueto e mai provato e cioè a una migrazione in luoghi nuovi ed ignoti, nell'ignoto in sé, e alla curiosità verso ogni manifestazione dell'ignoto ... La conseguenza fu un lungo girovagare, fatto di ricerche e cambiamenti, un'avversione verso tutte le decisioni ferme, verso ogni rozzo approvare o rifiutare. Ne consegue una dieta e un'autodisciplina finalizzate ad alleggerire il più possibile la mente così da permetterle di correre lontano e di innalzarsi in volo, e soprattutto di scappare in volo continuamente”.

Stefano

by Loris Belluta last modified 03-04-2007 18:32
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