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Recessione e mercati finanziari

Eutimio Tiliacos

Si racconta che San Patrizio –la cui festività ricorre ogni anno a metà Marzo- usasse evangelizzare i popoli ancora pagani d’Irlanda mostrando loro il trifoglio (shamrock) per spiegare il mistero della Trinità, cioè del Dio uno e trino. Il ragionare per immagini a volte evita quello che potremmo definire “the risk to be lost in translation” che spiegato liberamente vuol dire più o meno: il rischio di essere male interpretati. Un pericolo questo recentemente corso da due società italiane: Telecom e Italmobiliare (la seconda della famiglia Pesenti azionista anche di Italcementi). I loro vertici parlando a stakeholders e shareholders hanno trasmesso dati o impressioni che hanno prodotto movimenti di mercato e preoccupazioni nei fondi esteri partecipanti nei rispettivi capitali in un momento in cui le acque del mercato sono già agitate di loro.

Oramai infatti il mercato reagisce immediatamente a stimoli conseguenti anche solamente al dubbio di una cattiva governance o di dati non completamente o non tempestivamente comunicati dalle aziende interessate al mercato. E’ nella scarsa fiducia reciproca fra soggetti economici in generale una delle chiavi per interpretare la attuale congiuntura non solo italiana ma internazionale.

A creare le premesse della crisi sono state infatti omissioni ed errati comportamenti ampiamente descritti nei precedenti numeri di “Lettera ANESTI” (cfr www.anesti.it > Lettera ANESTI). Come venirne fuori è problema ancora dibattuto. Bisogna però anzitutto rifuggire dai catastrofismi che cominciano ad affiorare anche sulla stampa economica più qualificata (cfr Financial Times, February 20th 2008  “America’s economy risks the mother of all meltdowns”)  e rifuggire anche dalla crisi di fiducia che si sta diffondendo sul mercato Usa dove a Febbraio il Reuters/University of Michigan index of consumer sentiment è sceso a 69.6 da 78.4 del mese precedente (cfr Bloomberg February 15th 2008 www.anesti.it > Link di Servizio > Bloomberg).

Gli esiti più pesanti della recessione possono essere resi meno gravi e permanenti solo se si avrà la lungimiranza una volta tanto di ragionare in termini non di breve ma di lungo periodo puntando sulla economia reale che è quella che al momento appare la più motivata e incline al rilancio. Non vorremmo cioè si ripetessero in campo finanziario gli stessi errori strategici commessi nel comparto manifatturiero negli anni Settanta e Ottanta quando alcuni paesi –in prima linea l’Italia- decisero di smantellare interi settori industriali quali l’acciaio pensando  fossero caratterizzati da un surplus strutturale oramai irreversibile. Oggi su alcune tipologie merceologiche dell’acciaio si segnalano deficit mondiali di offerta rispetto alla domanda e il prezzo dei minerali di ferro che alimentano gli altiforni è stato “adeguato” in una singola trattativa fra produttori e pool di imprese siderurgiche  del + 70 %. In realtà sono molti i segnali contradditori che emergono in questi giorni dal mercato mondiale. Da un lato si può affermare senza tema di smentita che l’economia Usa (e a seguire quella europea) sia già entrata in una fase recessiva ancora tutta da definire quanto a intensità  e durata. Dall’altro: l’aumento del prezzo di alcune materie prime industriali e il surplus commerciale cinese, che a Gennaio è aumentato del + 23 % sul corrispondente mese dell’anno precedente attestandosi a + 19,5 miliardi di $  (Feb. 15, Bloomberg), fanno pensare che l’andamento recessivo sia, geograficamente e settorialmente parlando, a macchia di leopardo.

Ciò starebbe ad indicare che la crisi investe gli Usa e l’Europa ma non tutto il mondo e che anzi economie molto export-oriented come quella cinese riescono comunque ad espandersi pure in tempi di recessione della domanda mondiale e di stagnazione dei loro tradizionali mercati di sbocco grazie alla committenza pubblica e grazie in aggiunta all’impegno oramai profuso non solamente dallo Stato ma anche dai privati in campo logistico, infrastrutturale e nelle costruzioni in generale.

Vi è poi la decisione di alcuni paesi di intervenire a sostegno di alcune imprese creditizie in crisi attuando una nuova forma di nazionalizzazione, come nel recente caso della banca britannica Northern Rock, salvata dal Governo inglese per evitare un negativo effetto domino sul sistema creditizio e finanziario.

Non fù dissimile la situazione all’inizio degli anni Settanta in Inghilterra. Chi scrive era allora studente all’Università di Oxford e ricorda che lo scontro fra governo conservatore e minatori portò il paese, per mancanza di carbone, a lavorare solo tre giorni a settimana. Ad Oxford si cenava al lume di candela non per far risaltare la suggestione della toga accademica con cui dovevamo vestirci nelle serate importanti della vita dei college, ma per mera mancanza di energia sulla rete elettrica nazionale. Lo scontro di allora con il sindacato minatori e con una parte del paese non impedì al Primo Ministro conservatore Heath in quegli stessi anni di nazionalizzare la Rolls Royce in crisi (“The Government of Edward Heath did not nationalise Rolls-Royce for any reason of socialism; it took it into temporary public stewardship because its technology was deemed too important to allow it to slide into bankruptcy – a decison amply justified by events” Cfr Will Hutton Financial Times, February 20th 2008).

Quello della Northern Rock non è dunque che uno dei tanti esempi di nazionalizzazione attuati nel corso della storia per salvare imprese private che hanno importanza strategica o le cui attività hanno comunque impatto diretto su una larga fetta della popolazione. Ciò che stupisce non è il come ma il quando delle recenti nazionalizzazioni giustificate (forse) solo dallo stato di crisi in cui versa l’economia.

In condizioni normali infatti le nazionalizzazioni hanno senso solo nei periodi successivi a guerre mondiali, quando l’ammontare delle risorse necessarie alla ricostruzione post-bellica è tale da non poter essere garantito dal solo settore privato. Non avrebbero invece senso oggi che le economie sono cresciute, si sono trasformate e per decenni si è dato corso a livello mondiale ad un processo di privatizzazione estesa a tutti i comparti economici: dall’acciaio alla cantieristica, dalle telecomunicazioni ai servizi postali e ferroviari, tradizionalmente nelle mani dello Stato.

A proposito delle nazionalizzazioni sembra quasi che l’orologio sia tornato indietro o quantomeno si sia fermato e al riguardo sovviene la frase dello scrittore Oscar Wilde :“La buona società londinese conta migliaia di donne rimaste per loro libera scelta trentacinquenni per anni e anni.

Ma l’attuale fenomeno dell’intervento statale non è confinato alle nazionalizzazioni e non investe solo banche impegnate sul fronte del credito e in particolare dei mutui. Con l’ingresso dei cosiddetti “Fondi Sovrani” di proprietà di paesi produttori di petrolio e di Cina e Russia, nel capitale delle grandi banche d’affari e commerciali internazionali, è tutto il comparto finanziario e del credito che poco alla volta viene statalizzato. Quote sempre maggiori del capitale di importanti banche finiscono infatti indirettamente sotto il controllo di Stato esteri. L’aspetto realmente caratterizzante l’attuale fase storica della economia non è pertanto la crisi, esplosa formalmente nell’Agosto scorso sul mercato finanziario e tuttora perdurante, ma il fatto che stiamo assistendo ad una forma di nuova statalizzazione.  

La statalizzazione investe sia attività manufatturiere sia il sistema finanziario a livello globale. Essa è causata non dalla ideologia di singoli o di partiti ma dagli eventi stessi di un sistema troppo e troppo a lungo fuori controllo.  I suoi effetti potrebbero rivelarsi non positivi (cfr www.anesti.it > Lettera ANESTI Gennaio 2008  “Capital injections represent a transfer of the revenues from the US financial services industry into the hands of foreign governments. This is happening a time when the gap between eastern and western incomes is narrowing at an unprecedent pace” da N.Ferguson “An Ottoman warning for America” FT January 2, 2008). Agli attuali prezzi del petrolio, condizionati –nonostante le spinte recessive- da una crisi di offerta (cfr www.anesti.it > Lettera ANESTI Gennaio 2008), è prevedibile che quote sempre maggiori del capitale di banche finiscano nelle mani di Fondi Sovrani. A spingere in questa direzione non sono soltanto i crescenti surplus di petrodollari ma anche la stessa situazione delle banche, costrette a progressive svalutazioni dei crediti e ancora fortemente esposte a rischi di insolvenza di una parte cospicua della clientela.

Riguardo al solo settore obbligazionario così si leggeva il 31 Ottobre scorso su FitchRatings: “As of Sept. 30, 2007, the U.S. Corporate Bond Market totaled $3.8 trillion in outstanding par value, split 83% investment grade and 17% speculative grade… The 83% versus 17% investment grade to speculative grade differential is mostly due to the inclusion of the highly rated (sic !!! ndr) financial sectors. When examining the market’s rating mix across just the pool of industrial bonds, the share of bonds rated speculative grade is substantially higher, at 30%” (vedasi www.anesti.it > Le Pubblicazioni > FitchRatings: Il mercato dei bond Usa e il loro rating nel terzo trimestre 2007). In termini aggiornati, ossia con riguardo al 2008, verranno a scadenza negli Usa obbligazioni per un totale di 531 miliardi di $. All’interno di questa cifra il volume delle obbligazioni ritenute a rischio di rimborso (speculative grade) è cresciuto notevolmente ed è stimabile nell’anno in esame in circa 150 miliardi di $ (vedasi www.anesti.it > Le Pubblicazioni > FitchRatings US Corporate Bond Market: A Review of Fourth-Quarter 2007 Rating and Issuance Activity).

Il mercato dei bonds nel suo complesso (tenendo conto anche dei titoli in scadenza oltre il 2008) ha registrato nel solo quarto trimestre dell’anno 2007 uno scadimento del rating pari ad un controvalore obbligazionario di 127,6 miliardi di $.  Le nuove emissioni nel loro complesso sono calate di 185.9 miliardi di $ (- 9 % rispetto alla media dei tre trimestri precedenti; in larga parte a causa della paralisi che incombe sugli emittenti del settore finanziario). Per contro le imprese industriali si sono finanziate emettendo obbligazioni per 95,6 miliardi di $ contro 64,6 miliardi $ del trimestre precedente (cfr Fitch, February 12th 2008).

Di queste ore è la decisione anche della società automobilistica tedesca Porsche di utilizzare una linea di credito di 10 miliardi €, tempo fà negoziata con le banche (ma solo ora utilizzata) a condizioni (di allora) molto favorevoli che la Porsche reinvestirà in titoli a basso rischio e con remunerazione più elevata del costo stanti gli spread che attualmente un mercato finanziario assetato di liquidità è disposto a riconoscerle. Chissà se i Governatori succedutisi alla Fed, gli stessi che in tre anni hanno portato i tassi di riferimento $ dall’1% al 5,25% (salvo ribassarli precipitosamente al 3% attuale e forse a qualcosa di meno nella prossima seduta di Marzo) avevano chiare le conseguenze di quanto stavano facendo? Sempre per citare Oscar Wilde “A questo mondo vi sono solo due tragedie: una è non ottenere ciò che si vuole, l'altra è ottenerlo. Questa seconda è la peggiore, la vera tragedia”.

EUTIMIO TILIACOS

Linacre College

Oxford University

info@anesti.co.uk



Il mondo come volontà e rappresentazione ...

Posted by alephv at 05-03-2008 18:56

ringrazio il prof Tiliacos per il suo contributo che si aggiunge al nostro dibattito sulla recessione che proverò nei prossimi giorni a sintetizzare e "buttare" nel dibattito politico sociale complessivo. Forse sono partigiano, ma io leggo il suo intervento come un supporto alla mia tesi di fondo che la recessione accadrà se noi la vorremo. Se le nostre volontà e rappresentazioni cercheranno disperatamente la recessione. Parafrasando: la recessione come risultato delle nostre volontà e dei nostri racconti.

by csr last modified 09-03-2008 21:48
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