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Class Action, nomine Telecom: incertezze e bufere.

Francesco Zanotti

Quando si rimanda, poi il male peggiora e le cure affrettate rischiano di essere peggiori del male stesso: è l’incertezza che genera la bufera. Credo che nessuno contesti questa verità.

I due casi citati nel titolo ne sono una dimostrazione. La class action varata ieri in finanziaria è da tutti giudicata almeno insoddisfacente, salvo da coloro che hanno qualche conto ideologico in sospeso con il fare impresa. Isabella Bufacchi sul Sole di oggi (16 novembre 2007) dice che “ … il legislatore ha varato una norma lacunosa, contorta ed aperta agli abusi”. Il ministro Bersani dice cha andrà emendata già in seconda lettura del testo alla Camera. Una bufera dunque che si abbatterà sulle imprese. Una bufera proprio determinata dall’incertezza: ma quanto tempo è che servono e non si fanno norme a tutela del cittadino consumatore ed utente?

Di Telecom oggi appare alla luce solo l’incertezza della nomina dei vertici. Ma chi dubita che in una impresa così coinvolta nella evoluzione incredibile della tecnologia e della competizione questa incertezza genererà una bufera? Nessuno contesta che l’incertezza genera la bufera, ma allora perché si prosegue sempre più decisamente con la strategia dell’incertezza, della dilazione “et similia”? Be’ le interpretazioni che si danno di questo male tendono a peggiorarlo. “E’ colpa degli interessi egoistici di chi tende a rimandare per non cambiare lo status quo”, si dice. Ma, se così fosse, l’unica soluzione sarebbe eliminare costoro. E con vie rivoluzionarie o, almeno, para-legali. Purtroppo abbiamo già sperimentato queste soluzioni e siamo caduti dalla padella nella brace. La teoria dello “Stato delle multinazionali” ha riempito (e continua a riempire) le strade d’Italia (non solo d’Italia) di sangue. La via giudiziaria alla moralizzazione ha svuotato il nostro paese di molte medie e piccole imprese che sono state “punite”. E così hanno pagato tutti coloro che di queste imprese campavano. E tutte le altre imprese che degli acquisti di coloro che lavoravano per queste imprese pure campavano.

E allora? Allora bisogna guardare altrove. Brevemente provo a indicare questo altrove. Ma non posso esimermi dall’indicare anche come si rischia di guardare verso questo altrove:con una incertezza che genererà bufera.

Il tutto nasce da una nostra lacuna culturale collettiva: non abbiamo la più pallida idea di come si sviluppa un sistema umano. Sistema umano? E cosa diavolo è? Ecco è un gruppo di uomini che ha deciso di condividere un pezzo di vita. Una impresa dunque, ma anche un Consiglio d’Amministrazione, un attore sociale come una associazione dei consumatori o un sindacato.

Noi pensiamo a loro con la metafora della macchina e cerchiamo di capire come funzionano. Ma essi, invece, sono sistemi viventi che non stanno mai fermi, ma evolvono. I loro comportamenti sono il frutto di questa evoluzione e non la manifestazione del loro funzionamento. Immaginate una automobile. Essa è fatta di parti che funzionano coordinatamente insieme. Il “manager della macchina” deve guidarla perché da sola non si muove. Quando ognuno di noi lascia la macchina la sera in garage si aspetta (ladri permettendo) ritrovarla al mattino nello stesso stato e posto in cui l’ha lasciata.

Un sistema umano non è così. Esso è fatto di “parti” che hanno una loro evoluzione autonoma. Sono come una macchina dove ogni parte cerca di decidere il proprio destino. Il pistone ad esempio desidera diventare volante. Una macchina che può trasformarsi in modo autonomo non se sta ferma ad essere guidata. Il manager di questa macchina auto strutturatesi deve porsi il problema non di guidarla, ma di farla evolvere in modo coerente. Non può decidere che fa il pistone e chi il volante. Ma deve fare in modo che i desideri vadano a omogeneizzarsi: faccia un po’ chi vuole il pistone, basta che ci sia anche chi poi fa il volante se no ci si schianta tutti.

Per guidare una macchina che si struttura da sola (sistema umano) occorre innanzitutto  capire come avviene questa evoluzione e poi trovare il modo per gestirla. Aspettarsi che durante la notte il suo evolvere l’abbia portata ad uscire dal garage ed andare d qualche altra parte.

Oggi le classi dirigenti non hanno la più pallida idea né di come evolve un sistema umano, né di come gestire questa evoluzione. Allora, invece di dirigere, si fanno invischiare nei meccanismi di questa evoluzione che le porta a quell’immobilismo che aumenta tanto più quanto più i sistemi umani diventano meno macchine e più sistemi viventi. E che, alla fine, genera rivoluzioni.

Cosa fare? Occorre costruire una nuova cultura dello sviluppo che arrivi a comprendere come evolvono i sistemi umani e come possono essere gestiti. Esistono i prodromi di questa cultura dello sviluppo. Esistono, ad esempio, nuove tecniche di stakeholder engagement che, se fossero applicate, eliminerebbero la necessità di una legge che cerca di riequilibrare il rapporto di potere tra imprese e cittadini consumatori ed utenti. Esistono nuove tecniche di gestione dei gruppi direzionali (come un CdA) che certamente oggi non sono nella disponibilità di avvocati, commercialisti ed economisti che monopolizzano i CdA.

Allora è necessario un grande sforzo di ricerca, divulgazione e sperimentazione. E’ possibile? Oggi temo non ancora! Non abbiamo ancora pagato uno scotto sufficiente alla bufera. La Storia la vuole scatenare perché pensa che sia l’unico modo per avviare un grande cambiamento. Dovremmo insegnare alla Storia che siamo arrivati al punto di non accettare più che siano le bufere l’unica sua arma. Ma forse non sarà la nostra generazione quella che ci riuscirà.



by csr last modified 16-11-2007 15:10
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