La carne, la ricchezza e l’ordine sociale.Luciano Martinoli
In un “gustoso” saggio intitolato “L’Onnivoro: il piacere di mangiare nella storia e nella scienza”, pubblicato nel 1992 da Mondadori, l’autore, Claude Fischler, ripercorre le funzioni biologiche e culturali di quest’atto fondamentale dell’uomo. La tesi sostenuta in tutto il libro è che, da qualsiasi parte si affronti il tema, è impossibile spiegare i nostri comportamenti di fronte al cibo da un unico punto di vista: la necessità fisiologica “motiva” il significato culturale, allo stesso tempo questi giustifica il bisogno. Due facce di una stessa medaglia, il cibo oltre che “buono da mangiare” deve essere “buono da pensare” e viceversa. Così, tanto per rendere un po’ più chiaro il concetto, non ci si sorprende più di tanto il constatare che i cinesi mangiano carne di scimmia e cane, noi italiani quella di cavallo e coniglio e gli inglesi aborriscono sia le une che le altre. Il contenuto proteico è equivalente, il sapore poco dissimile, ma il “pensiero” di metter dentro di sé un animale a cui si associano altre funzioni e significati, rende “immangiabile” quel cibo. Essendo il mangiare vitale per l’uomo, ha associato a questo atto significati altrettanto fondamentali per la sua vita. Una qualsiasi festività non è degnamente celebrata in assenza di un pasto che segue un preciso cerimoniale (la scelta dei cibi, la loro successione, la preparazione, eccetera), la socialità tra individui e il suo scopo si concretizza con la convivialità, diversa fra età e ceti sociali (il panino insieme tra ragazzi, l’invito a pranzo per affari, la festa a casa con buffet, ecc.). L’alto simbolismo e significato del mangiare arriva addirittura a rappresentare il senso centrale della religione cattolica, la dimostrazione tangibile di fede, l’incontro con Dio: un pasto, l’eucaristia. Particolarmente stimolante, nel libro, il capitolo dedicato al consumo di carne animale e, come sempre, vista l’importanza biologica di questo alimento, il significato sociale che l’uomo, fin dall’antichità, vi ha associato. In particolare al rito della spartizione.
“L’animale sacrificato dal màgeiros greco (il sacrificante, macellaio e cacciatore allo stesso tempo) veniva poi fatto a pezzi e mangiato nel corso di un banchetto rituale in cui ciascuno riceveva una parte di carne conforme al suo statuto nella Città… …il rifiuto di mangiar carne, nel vegetarianesimo pitagorico, equivale a un rifiuto dell’ordine sociale della città-stato greca, proprio perché la cittadinanza prevede la partecipazione ai sacrifici pubblici. In realtà, la parte di carne che il cittadino riceve durante il banchetto sacrificale è letteralmente l’<<incarnazione>> del suo statuto politico e sociale. Questa relazione simbolica si manifesta in modo ancor più clamoroso nel sacrificio romano, il cui vocabolario ha fornito una gran quantità di termini politici. La spartizione dell’animale è la partecipatio, e il termine deriva da parti-ceps, alla lettera colui che prende la sua <<parte>> (da pars e capere). Princeps significa <<colui che si serve per primo>>. Solo gli uomini di merito hanno accesso al pasto pubblico: meritum significa la <<parte dovuta>>. L’espressione pro portione deriva probabilmente da pro-partitione. Il cittadino che non ha nessuna funzione pubblica è un ex-pers (da ex-pars). E’ dunque escluso dalla spartizione e diventa allo stesso tempo un privatus: è <<privato>> della sua parte dei banchetti sacrificali. Sacrificio, ritualizzazione, spartizione: è chiaro che il consumo di carne è indissociabile dal sacro e dalla socialità al tempo stesso...Così la spartizione simboleggia e garantisce l’ordine sociale”
Se la carne rappresentava la ricchezza, fino al secolo scorso e ancor oggi nelle culture indigene in vari luoghi del mondo, attualmente nella società occidentale, lipofoba e dietista, cosa ha preso il suo posto? E, soprattutto, quali sono i meccanismi di “spartizione” della ricchezza che, oggi come ieri, sono alla base dell’ordine sociale? Chi è il novello màgeiros, procuratore di tale ricchezza, e quali funzioni assolve? Non penso sia azzardato sostenere che il creatore del nostro benessere sia una “persona” senza braccia e gambe, senza volto e testa, senza cuore e pancia ma riconosciuta “giuridicamente” da tutti gli ordinamenti occidentali: l’azienda. Nonostante la capacità tecnologica, nulla sarebbe accaduto senza questo intermediario che ha portato il benessere dell’uomo occidentale ad un livello sconosciuto all’uomo di settanta anni fa. Il màgeiros moderno, però, si è occupato di spartire ricchezza ai clienti, ai quali ha fornito prodotti e servizi sempre migliori ad un prezzo sempre più basso, ai fornitori, chiedendogli sempre maggiori quantitativi di materia prima, ai dipendenti, fornendogli migliori condizioni di lavoro, agli azionisti, proprietari della “persona giuridica”, erogando utili sempre più sostanziosi. Questo meccanismo ha funzionato assumendo un falso: le risorse infinite, il gioco a somma diversa da zero, se faccio io un affare lo fanno anche le altre parti. Ahimè la realtà ci sta mostrando che non è così, inizialmente nell’ambiente “natura”, il mondo non può essere considerato un “magazzino” di materie prime a sbafo e un “deposito” gratis di rifiuti e scarti di lavorazione, ma anche nell’ambiente “sociale”, dove il magazzino è costituito da giovani, extracomunitari, manodopera a costo sempre più basso e il deposito da “over-40”, prepensionati, lavoratori da esubero. Inoltre si sta rivelando sempre più fittizia la divisione artificiale tra i ruoli: un dipendente può essere cliente, un fornitore anche azionista, e tutti sono persone con desiderio di autorealizzazione, avendo soddisfatto i bisogni primari, e interessati al benessere dei loro cari. Dunque oggi l’azienda, nuova dispensatrice di ricchezza e responsabile della sua spartizione al fine di garantire l’ordine sociale (senza il quale essa stessa non può prosperare), che coscienza ha, nella proprietà, nel management, negli azionisti risparmiatori, di questo suo ruolo? Fa parte della sua strategia la “Responsabilità sociale” in questa ampia accezione? E’ cosciente del rischio di aumentare il numero di “privati” del benessere, turbando così l’equilibrio sociale, fonte prima della sua ricchezza? Vi sono chiari segni della necessità di un nuovo ordine sociale, le aziende, soprattutto multinazionali, non assolvono più al loro ruolo, il meccanismo di spartizione è palesemente ingiusto sai per l’uomo occidentale che per il cittadino del terzo mondo. Occorre allora ripensare il loro ruolo mettendo al centro della strategia aziendale una Responsabilità Sociale intesa come preoccupazione di accrescere il benessere della comunità e assicurarne l’ordine; responsabilità che, nella nostra società che ha visto il capitalismo e il liberismo affermarsi su altre forme di governo sociale, non può che competere all’azienda. |
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