A scuola di responsabilità sociale da Adriano Olivetti.Loris Belluta
Parlare di responsabilità sociale, oggi, è diventato quasi uno slogan, un’ulteriore leva di marketing per catturare nuovi clienti; le parole, i concetti, rischiano di svuotarsi del loro significato, usati così ripetitivamente da non permettere più di riconoscerne lo spessore. L’etimologia che non si propone come un vezzo per filosofi o linguisti ha il pregio di richiamare l’attenzione sull’origine dei concetti, e soprattutto sulle conseguenze pratiche ed etiche che ne possono derivare. Adriano Olivetti, straordinario uomo politico, filosofo, educatore e imprenditore, sapeva molto bene che cosa significasse responsabilità, e la storia della sua “fabbrica” sta a dimostrare la consapevolezza di poter riflettere e agire in tal senso. Il termine responsabilità deriva dal latino responsare, ovvero “rispondere”, e quindi ci richiama immediatamente a un processo dialogico: a chi devo rispondere? Di che cosa devo rispondere? Ma ancora: esiste un legame tra responsabilità-rispondere e libertà? Attraversato in tal senso, il testo di Pietro Condemi La rosa di Jericho Il paradigma olivettiano per una nuova cultura della formazione, IPOC, Milano, 2006, offre risposte a questi quesiti, ma ancor di più indica come la Olivetti abbia saputo, fino alla fine degli anni Settanta, mettere in pratica la responsabilità sociale senza penalizzare il rendimento imprenditoriale, ma anzi esaltandolo in una dimensione al contempo economica, etica e sociale. Come avrebbe amato Adriano Olivetti, e con lui tutti quegli straordinari collaboratori che lo hanno affiancato in quegli anni, a più riprese citati e delineati nel libro, è proprio partendo dallo spessore del termine responsabilità, e incrociandolo con le domande sopra esposte, che diviene possibile trovare “la cassetta degli attrezzi” per mettere in pratica, per attualizzare ciò che è virtuale. In un’ottica laica, quale quella di Adriano Olivetti, la risposta implicata in responsabilità va data sia a se stessi che agli altri. Come viene riportato nel testo, il filosofo Salvatore Natoli definisce, su basi etimologiche, l’etica in una duplice appartenenza: “appartenersi” e “appartenere a”; siamo individui – Adriano Olivetti avrebbe preferito dire personae – al contempo responsabili della nostra vita e di quella degli altri, impegnati nella propria realizzazione ma inseriti, debitori nei confronti della comunità – tema quest’ultimo molto caro ad Adriano Olivetti, e sviluppato ampiamente quanto doverosamente nel testo. Il decidere quale sarà “il monumento della propria esistenza”, per citare le parole di Vicktor Frankl, significa essere liberi, proprio nell’accezione della cultura greca (Salvatore Natoli), laddove il “migliore”, l’aristos, era proprio chi perseguiva un fine etico e morale che lo elevava ben al di sopra delle regole sociali, intento non a cercare le scappatoie “legali” che non lo esponessero alla condanna sociale, ma spinto da un rigore intellettuale, pragmatico ed etico che le trascendeva. È libero, dunque, chi è capace di automotivarsi per ergersi come modello, per fare di più del richiesto, per distinguersi, per proporre nuove visioni di mondo. Di che cosa occorre dunque rispondere? Della propria vita a se stessi e agli altri, del proprio benessere e di quello di chi ci sta intorno. Su queste basi etiche e intellettuali Adriano Olivetti e i suoi collaboratori hanno realizzato il “paradigma olivettiano”: siamo aristoi nel momento in cui “andiamo al di là” delle consuetudini, delle convenienze, del minimo comun denominatore, una sporgenza non richiesta ma voluta, un obbligo non sancito da alcuna legge ma l’unico in grado di farci realizzare la nostra “opera d’arte”. Riattraversamento dunque delle “proprie matrici” (Diego Napolitani) per individuare nuove piste che facciano della nostra vita non la replica di quella di chi ci ha preceduto, ma anche “chiamarsi fuori” da certi disvalori sociali che indicano nel potere e nel denaro le mete della propria esistenza. Se l’etica – appartenersi e appartenere a – non vuole essere un’etichetta o una certificazione, allora occorre che l’intellettuale sia affiancato dall’ingegnere – Adriano Olivetti lo era entrambi; la formazione deve dunque occuparsi di tutti gli aspetti fondanti della persona: teoria e pratica, cultura e fare, riflessione e critica, cuore e passione. Il Centro di Formazione Meccanici della Olivetti non si limitava a insegnare a progettare e realizzare pezzi meccanici: insegnava anche la storia del sindacato, l’economia, l’educazione civica e quella artistica. Esisteva forse una legge che lo prescrivesse? La liberazione dai bisogni di base restituisce dignità alle persone, e al contempo le rende più attente alle difficoltà degli altri esseri umani: perché non mettere in atto un sistema retributivo consono? Fino alla fine degli anno Sessanta in Olivetti si guadagnava il doppio di quello che si percepiva nelle altre industrie meccaniche italiane! Se ogni uomo ha diritto ad avere una casa dignitosa dove poter vivere e allevare i propri figli, perché non realizzare le case per i propri dipendenti? E gli asili per i propri figli? Se il benessere degli individui non può che passare dal sentirsi realizzati nel proprio lavoro, che occupa una parte così rilevante della propria vita, perché non mettere a capo della propria struttura organizzativa una èquipe di psicologi in grado di modificare l’organizzazione del lavoro al fine di renderlo più consono ai limiti e alle aspettative individuali? E ancora: perché non salvaguardare l’ambiente attraverso servizi di trasporto collettivo che portino i lavoratori alla fabbrica consentendo di non inquinare maggiormente con mezzi di trasporto individuali? Perché non lasciarli vivere dove hanno radici familiari e comunitarie, al contempo preservando l’esplosione urbanistica delle città? Perché non fare dell’ambiente di lavoro un luogo accogliente dove poter spendere la propria attività principale? Una straordinaria fucina di idee e di pratiche, di proposte e di dialogo: distribuzione di una percentuale degli utili ai lavoratori fino alla morte dell’ingegner Adriano (1960); nascita del Consiglio di Gestione; disegno della Fondazione come ripartizione della proprietà della Olivetti tra lavoratori, istituzioni del territorio e azionisti storici; aiuto economico e culturale alle imprese del Mezzogiorno affinché possano affrancarsi dalla miseria. Occorreva formare lavoratori e collaboratori dotati di una forte etica, ma anche intellettualmente e culturalmente in grado di attuarla; e anche qui il ventaglio di attività si è dispiegato dalle scuole alle biblioteche, dalle riviste come Comunità – ma non solo – alla casa editrice Edizioni di Comunità. Il libro di Pietro Condemi restituisce dunque al termine responsabilità sociale quello spessore al contempo etico, intellettuale e pragmatico che la Olivetti di quegli anni ha saputo pensare a mettere in pratica; e non ci sfuggono certo le implicazioni che una reale responsabilità sociale così agita ha sulla motivazione, la fiducia e l'impegno di tutta la forza lavoro. Questo modello di fare impresa si rivela straordinariamente attuale, come sottolinea il testo riportando stralci del dibattito in corso sia in Europa che negli Stati Uniti; esso si fonda su una strategia che mira a cavalcare l’innovazione, unica carta vincente per la competizione, attraverso una formazione ridondante, ovvero capace di formare personae culturalmente preparate, consapevoli, responsabili e attive. Il capitale umano è veramente tale se i collaboratori delle nostre aziende sono persone capaci d’impegnarsi per il proprio benessere e per quello degli altri, se si sentono ascoltate e riconosciute, trattate equamente, attori di un processo che li vede protagonisti perché dotati dei requisiti intellettuali e umani perseguiti e realizzati all’interno di un percorso educativo che va dalla scuola ai corsi di formazione, dalla famiglia alla fruizione dei media. E tutto questo non solo conviene agli utili aziendali, come la storia della Olivetti di quegli anni sta a dimostrare, ma al nostro vivere comune. Responsabilità individuale e sociale, dunque, basate su un forte anelito etico, ma imprescindibilmente anche su una solida preparazione culturale e un forte senso critico. |
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