( Un articolo di Carlo Mazzucchelli pubblicato sulla rivista Computer Business Review del mese di novembre 2007)
Nato
intorno agli anni ’20, quando si comincia a riconoscere l’importanza
per un manager d’azienda di operare non più solo negli interessi degli
azionisti ma anche di altri interlocutori sociali, il concetto di responsabilità sociale d’impresa
ha assunto negli anni una rilevanza e un’ampiezza di significati sempre
più grandi. Si è così passati da una responsabilità sociale associata
al manager ad una allargata, a partire dagli anni ’60, all’impresa ed
alla sua responsabilità sugli effetti esterni dell’attività
economica-produttiva. Negli anni ’70 l’attenzione si rivolge alla
individuazione delle caratteristiche qualificabili come socialmente
responsabili dei comportamenti delle imprese e allo sviluppo di
procedure interne capaci di fare proprie le istanze sociali. Negli anni
’80 vengono sviluppate la teoria degli stakeholder
( soggetti beneficiari dei comportamenti responsabili delle imprese
quali le risorse umane, i soci, i clienti, i fornitori, i partner
fianziari, lo stato e gli enti locali, la comunità e l’ambiente), la Business Ethics
che indaga la sfera etica delle imprese e la Corporate Social
Performance legata alle prestazioni finanziarie dell’impresa. Negli
anni successivi il concetto della CSR
si afferma attraverso uno sviluppo che ha riguardato le strategie
sociali dell’impresa, il concetto di sostenibilità finalizzato alla
creazione di valore nel lungo periodo, la sistematica valutazione delle
performance aziendali, lo sviluppo della comunicazione e del marketing CSR, e lo sviluppo di modalità e tecniche di rendicontazione socio-ambientale delle imprese (bilanci sociali).
CSR nel mercato globale attuale
Ai
giorni nostri, con una realtà economica di mercato sempre più
competitiva e globalizzata, che obbliga l’impresa a ricercare
l’integrazione del successo economico con la coesione sociale e la
protezione ambientale, la CSR
è diventata non solo una pratica generalizzata ma quasi una necessità
per lo sviluppo dell’impresa e/o per la sua sopravvivenza.
L’accelerazione della liberalizzazione economica e le carenze evidenti
in una gestione mondiale poco efficace hanno infatti evidenziato la
necessità per le aziende di comportamenti e atteggiamenti diversi nei
confronti degli azionisti, degli stakeholder e della società nel suo
complesso. Si tratta di lavorare alla costruzione di un dialogo
costruttivo e perseverante con gli stakeholder aziendali con
l’obiettivo di gestire le problematiche sociali e ambientali che
influenzano la competitività dell’azienda e il suo ruolo nell’economia
e nella società. Nelle aziende più grandi questo si traduce in una
capacità autoregolamentatrice maggiore che porta ad un clima interno di
maggiore equità e fiducia e serve alla definizione di sistemi
legislativi e normativi più efficaci.
CSR e organismi internazionali
In mercati e economie tra loro diverse, la CSR
viene vista sempre più come uno strumento potente per affrontare i temi
della competitività, dell’occupazione, della coesione sociale e della
protezione dell’ambiente ma anche dello sviluppo e del dialogo sociale.
Viene altresì vista come fondamentale per modernizzare e rafforzare i
modelli sociali delle imprese e dei mercati locali e globali.
Da numerosi anni, a livello internazionale, la CSR
è diventata una tematica rilevante dei lavori di numerosi organismi
internazionali ( ONU, OCSE,UE, ecc.) e oggetto di discussione generale
sulla necessità o meno di regolamentare le attività di CSR delle
imprese creando semplici linee guida senza potere giuridico o norme più
rigide e vincolanti. L’impegno dell’Unione Europea in materia di CSR risale al 2001 con la redazione di un Libro Verde nel quale la CSR
viene descritta come una integrazione volontaria delle preoccupazioni
sociali ed ecologiche. Nel 2002 (vertice di Lisbona) viene pubblicato
il Libro Bianco che evidenzia un’attenzione particolare al senso di
responsabilità sociale delle imprese ponendo come obiettivo strategico
per il continente di diventare l’economia più competitiva e capace
d’integrazione del mondo. Nello stesso anno viene costituito il CSR
Multi-Stakeholder Forum con rappresentanti di tutti i membri UE e come
conseguenza di una più ampia consultazione, nel 2006 la commissione
europea pone l’obiettivo di fare del nostro continente un polo di
eccellenza in materia di responsabilità sociale delle imprese.
La
necessità di sviluppi sostenibili nel tempo tocca anche le ‘tigri
asiatiche’, protagoniste dell’economia contemporanea, come si può
evincere dall’undicesimo Piano Quinquennale 2006-2010 cinese nel quale
si sposta l’attenzione da aspetti puramente quantitativi ad altri di
carattere qualitativo.
In Italia nel 2002 il Ministero del
Lavoro e delle Politiche sociali ha lanciato un programma speciale per
la diffusione della cultura della CSR su base volontaria e nel 2003 il
Progetto CSR-Social Commitment che ha definito un insieme di indicatori
e architetture di sistema per favorire lo sviluppo e la misurazione e
valutazione dello stato della CSR nelle imprese.
Strumenti per una CSR praticata
Oltre
alle certificazioni (SA8000, ISO, standard AA1000, BLIHR, WBCSD ecc.) e
alle varie forme di controllo introdotte negli anni da vari organismi
internazionali e istituzionali, la pratica della CSR
si è disvelata negli anni anche attraverso il ricorso e la creazione di
numerosi strumenti alternativi legati ad aspetti ed attività diverse
dell’impresa e che ne evidenziano in modo concreto l’attenzione verso i
concetti di etica, responsabilità sociale, sviluppo sostenibile e
sostenibilità che caratterizzano la CSR.
Gli
strumenti che vedono ormai un utilizzo diffuso da parte delle imprese
sono il codice etico, il bilancio di sostenibilità, il volontariato
d’impresa, il cause related marketing e il corporate giving e fund
rising. Il codice etico finalizzato ad una gestione equa ed efficace
delle relazioni umane e di difesa dei diritti umani, si traduce
nell’elaborazione su base volontaria di un documento, nel quale
l’impresa definisce i principi e gli standard etici, i diritti e i
doveri, la mission e le norme che servono a definire i comportamenti di
tutti gli stakeholder. Il bilancio di sostenibilità si suddivide in un
Bilancio Sociale e un Bilancio Ambientale e comprende le attività di
pianificazione, gestione e rendicontazione dell’impresa relative agli
aspetti non solo economici ma anche ambientali e sociali. Il Bilancio
Sociale D’Impresa serve a comunicare agli stakeholder le iniziative,
gli effetti e i risultati delle attività in ambito CSR legate al ruolo
sociale e alle responsabilità dell’impresa nei confronti della
comunità. Il Bilancio Ambientale è più un documento informativo che
viene pubblicato volontariamente per descrivere e comunicare le
relazioni in essere tra impresa e ambiente e rivelare effetti negativi
e positivi delle attività dell’impresa sul territorio e sull’ambiente.
Il volontariato d’impresa è una delle più tipiche espressioni della
socialità delle aziende e una pratica che consente ad un’azienda di
sostenere con finanziamenti e iniziative concrete il coinvolgimento
attivo del personale d’azienda in attività del terzo settore. Il Cause
related Marketing è una attività aziendale di tipo commerciale che
prevede la formazione di partnership con realtà no-profit con lo scopo
di promuovere un marchio, un prodotto o un servizio con benefici
condivisi e reciproci. Il Corporate giving e Fund raising è da un lato
una donazione senza finalità commerciali per ridistribuire in modo
rapido ed efficace parte della ricchezza economica generata, dall’altra
la raccolta di fondi per finanziare strutture interne a cui poi
assegnare attività filantropiche e sociali.
Lo stato dell’arte in Italia, tra bilanci sociali e codici etici
Due
ricerche condotte nell’ultimo anno possono servire a dipingere il
quadro della CSR italiana e allo stesso tempo a sottolineare alcuni
elementi attuali di rischio rispetto ad una interpretazione della CSR
che rischia di trasformarla da pratica di sviluppo a pura retorica e
attività di immagine, comunicazione e marketing. La prima indagine è
stata condotta nella seconda metà del 2006 da Pkf, società
internazionale di revisione contabile, e Atman Project, società di
consulenza direzionale, su un campione di duecento manager d’azienda
nei settori industriali e dei servizi. La ricerca ha evidenziato come
il 75% delle imprese italiane di medie dimensioni ha definito e
adottato un codice etico e il 60,4% dispone di un bilancio sociale, il
45,3% li ha entrambi e solo l’11,3 non ha ne l’uno né l’altro. Il
bilancio sociale viene solitamente stampato periodicamente con il
bilancio d’esercizio, mentre il codice etico viene aggiornato con
periodicità molto allungate nel tempo da più del 50% del campione
intervistato. Il bilancio sociale è in genere redatto internamente e
stampato in formati rilegati e di lusso da utilizzare anche per
finalità di comunicazione e marketing. Sono prodotti con costi elevati
ma il cui investimento viene valutato dalla direzione marketing in base
al ritorno d’immagine ad esso associato. Si tratta di un fenomeno
interessante che manifesta nuovi orientamenti ed esigenze aziendali
volte a lavorare in modo più trasparente e affidabile per coltivare
visibilità, credibilità, fiducia da parte della propria clientela e
della società in genere. E’ anche una necessità determinata da
comportamenti e atteggiamenti collettivi che negli anni si sono venuti
via via modificando con una maggiore attenzione rivolta ai temi della
sostenibilità e dei diritti.
Fin qui i dati della ricerca. Ma
quali possono essere le chiavi di interpretazione di questi risultati.
Se da un lato infatti essi sembrano certificare una accresciuta
attenzione ai temi della sostenibilità, della coesione sociale e
dell’ambiente, dall’altro possono essere letti come la dimostrazione di
un approccio superficiale e molto teorico alla CSR perché come sostiene
Francesco Zanotti di Atman Project “ Il bilancio sociale e anche le più
lodevoli iniziative di CSR non riescono a fare riconoscere all’esterno
la responsabilità sociale dell’impresa e anzi sembra non riescano ad
evitare profonde incomprensioni e a volte generano addirittura rifiuto
o parti conflitti”.
La seconda ricerca condotta nei primi mesi
dell’anno in corso ha invece analizzato un campione rappresentato dalle
40 imprese italiane S&P/MIB della Borsa Italiana e ha tentato una
rappresentazione più oggettiva ed ufficiale della pratica CSR in Italia
attraverso una indagine approfondita della comunicazione delle
politiche e delle pratiche CSR fatte attraverso siti aziendali sulla
rete.
L’analisi
online ha permesso di evidenziare una realtà della CSR più complessa e
forse meno rosea di quanto non apparisse dalla prima indagine
focalizzata sul Bilancio Sociale. Con l’eccezione delle istituzioni
finaziarie, poche sono le aziende che parlano della loro pratica o
attenzione alla CSR in home page e ancora meno, anzi nessuna, sono
quelle che rendono pubblico sulla rete il loro piano sociale. Segnali
contrastanti e negativi di una realtà nella quale le attività sociali
vengono ancora considerate attività strategicamente meno rilevanti di
quelle più direttamente legate al business. Le strategie CSR sono in
genere non esplicitate e se lo sono danno l’impressione che il racconto
in rete sia stato fatto per espletare un obbligo piuttosto che per
convinzione o strategia. Per confermare questa prima percezione Atmnan
Project ha provato a delineare diverse tipologie di strategie CSR per
poi misurare su ognuna di esse le strategie delle realtà aziendali
prese in considerazione: accessoria che vede la CSR come una semplice
attività filantropica, di difesa legata alla percezione che la CSR
serva per fare business, di contesto che vede il sociale come un
alleato nel costruire un ambiente di business più favorevole, e di
innovazione che vede gli stakeholder non solo come alleati ma come
fonte fondamentale di ispirazione per l’innovazione aziendale. In
questo contesto il 33% del campione sembra non avere una strategia, nei
due terzi rimanenti il 44% ha una strategia accessoria, il 40%
difensiva e solo l’11% di innovazione. C’è una visione egoistica degli
stakeholder con una preferenza verso gli investitori e poi verso i
consumatori e solo da ultimo verso gli attori istituzionali, politici e
culturali. Il 55% per cento del campione rende disponibile il bilancio
sociale online. Si tratta di un bilancio sempre più orientato verso
temi ambientali e che non rispecchia la struttura tipica del bilancio
d’esercizio ma è strutturato per attività, conseguenza della mancanza
di un piano sociale.
Il codice etico è pubblicato online dal
67% delle aziende del campione con le aziende manifatturiere fanalino
di coda con un misero 36%. La carta dei valori è pubblicata dal 50%
delle aziende, solo il 47,5% dei documenti pubblicati online relativi a
pratiche di CSR hanno apposta la firma di un top manager e scarsi sono
i canali di comunicazione verso l’impresa predisposti come meccanismi e
tecnologie di ascolto. Il 35% delle imprese non dispone di alcun canale
di comunicazione, le altre ricorrono a schede di valutazione, ad un
numero di telefono o ad una email anonima. Manca nella maggior parte
delle aziende il riferimento ad interlocutori aziendali da
interpellare. Solo 3 aziende su 40 indica il nome del manager
responsabile della CSR. Pochi sono anche i call center disponibili, 5
aziende su 40, più rari ancora i blog o i forum. Un altro componente
interessante dell’analisi riguarda i mezzi e le modalità di espressione
in rete dei contenuti scelti. Nella maggior parte dei casi viene
semplicemente messo a disposizione il download di un file.
I
risultati della ricerca evidenziano secondo Francesco Zanotti “ …che
l’esperienza di questi anni di nuova fioritura della CSR suggerisce che
sono fiorite solo le dichiarazioni di principio. Dopo le dichiarazioni
di principio però la pratica è ispirata ad una visione minore della
responsabilità sociale che sembra non affrontare il tema della sfida di
un cambiamento sociale profondo”
Forse la visione che emerge da
questa indagine non è sufficiente a descrivere un fenomeno ormai
diffuso come quello della CSR. Ma pone sicuramente degli interrogativi
interessanti per tutte le imprese che vogliono definire strategie di
CSR coerenti con obiettivi e strategie di sviluppo e di innovazione in
un mercato sempre più competitivo ma anche più attento ai temi della
coesione sociale, dell’ambiente e della sostenibilità.