Un articolo scritto a quattro mani da Paola Teresa Grassi e Maria Giovanna Garuti
«Le mie fantasie talvolta finiscono con la meditazione, ma le mie meditazioni finiscono sovente con le fantasie; in questi smarrimenti la mia anima erra, vola alta nell’universo, sulle ali dell’immaginazione, in estasi che superano ogni gioia».
Jean Jacques Rousseau, Le fantasticherie del passeggiatore solitario
Non è cosa che accada in un momento, ma quando due menti si abituano a sfiorarsi, la fiamma si accende. Ecco il modo in cui si apprende a filosofare. Talvolta sono necessari alcuni anni di frequentazione, quel cauto sperimentarsi che, nella reciproca contaminazione, finisce inevitabilmente (e all’improvviso) col produrre pensiero e azione. È il nostro caso. «Contro la frene-vita», ha suggerito una di noi; «sì, mi piace», ha replicato l’altra, «qualcosa del tipo: per un quotidiano non ordinario». Ed è così che, concetto dopo concetto, ci siamo immaginate lo scenario. E per definirlo ci siamo affidate a quella tela di Fortunato Depero che, paradossalmente - ma non esiste movimento in assenza di aporia - nell’anno delle celebrazioni futuriste, meglio descrive il disciplinato lavoro, labor, che accade nella «bottega del filosofo». Mago, in verità - come lo chiama il suo autore - ma filosofo per noi, e anche un po’ profeta, colui che, tra arte e tecnica, perizia e ingenio pazientemente coltiva il suo sapere e in un processo alchemico lo trasforma in comportamento. Ecco dunque come nasce la nostra proposta, dal desiderio di aprire le porte di questo Atelier. Per condividerne le atmosfere, i colori, le sfumature e le ombre. Per fare filosofia con chi decida di entrare e, insieme filosofando, predisporsi a fare.
La nostra guida in questo percorso è un maestro di questo mestiere, Pierre Hadot, che sul tema dell’ordinario ci illumina la via: «L’uomo deve staccarsi dal mondo in quanto mondo per poter vivere la sua vita quotidiana, e deve allontanarsi dal mondo “quotidiano” per ritrovare il mondo in quanto mondo». Che cosa significa? Forse che per vivere pienamente nel “tempo del mondo” è necessario trasfigurarne l’incedere armonizzando il fare con il filosofare. È vero, d’altra parte, che il principale ostacolo alla determinazione di sé nell’epoca moderna, non risiede tanto nella velocità e nella complessità in quanto tali, ma nella percezione frammentata che l’uomo ha di sé. Comprendere questa condizione, anziché ad essa sottrarsi, è l'invito che ci rivolge la filosofia pratica. E sperimentarsi nella prassi di un quotidiano da superare realizzandolo, è esattamente ciò che accade in questo laboratorio - futuribile, ma già futuro, tanto è rapido il cambiamento. L’«officina delle idee» è uno spazio aperto, e chi decida di varcarne la soglia avrà modo di esercitarsi a quel superamento. La lettura condivisa, la scrittura intima alla presenza dell’altro, il dialogo socratico, la riflessiva camminata seguendo un ideale sentiero metropolitano, definiscono un’esperienza che intende riscoprire la flânerie come gesto dell’anima, quel vagabondare dello spirito che disvela ciò che di straordinario si nasconde nell’ordinario. Poiché, ne siamo convinte, “il pensiero dà di che immaginare”.
Prendiamo il breve racconto di Robert Walser, quella lunga e inesausta meditazione che si snoda nel tempo di una passeggiata. È un pas-saggio fra persone e cose che aprono lampi di luce, producono sorprese e pensieri non ancora pensati. «Segretamente ogni sorta di pensieri e di idee seguono di soppiatto colui che passeggia, così da obbligarlo, mentre cammina compassato e attento, a fermarsi e a restare in ascolto». Ascolto di sé, del proprio mondo di dentro, dei propri amori delusi, dei propri sogni, e soprattutto e più in alto di tutto, della propria Anima, della propria dimensione “spirituale”, così spesso accantonata, negletta nella rincorsa agli affari che sovente diventano affanni. Una dimensione spirituale che si re-incontra e si assapora solo immergendosi nella materia, quasi in una nuova e primigenia simbiosi con la Natura. «Qua e là nell’aria silenziosa, da qualche nascondiglio incantevole e arcano, un uccello faceva udire la sua voce chiara. Io mi fermai in ascolto. Tutt’a un tratto mi invase un indicibile sentimento dell’universo…». Ma la Natura di Walser non è soltanto l’incontaminato ed il selvaggio, non è solo “la vita nei boschi” del Walden di Thoreau. È tutto ciò che circonda l’uomo, è ciò che si incontra in una passeggiata da un capo all’altro del villaggio. «Particolare gioia mi dettero due case, che nella chiara luce se ne stavano una accanto all’altra come due figure a riscontro, vive e cordiali». L’uomo è Natura e trasforma la Natura; non è fuggendo la comunità che si trova se stessi, anche se bisogna intraprendere un processo di slegame dalle “false” relazioni per giungere ad un incontro più autentico con sé e con il mondo, bisogna perdere qualcosa per guadagnare il tutto. Bisogna godere senza possedere. È la storia di questi slegámi che si dipana nel racconto di Walser, vero filosofo naturale e pratico. Slegámi dalla letteratura di successo ma di poco pregio, dal denaro, dal cibo che invece di nutrire uccide, dalla vanità e dall’apparire del bel vestito che tutto è fuorché autentica eleganza - “l’eleganza dell’Anima” - e, ancora dalla carità “pelosa” che chiede in cambio umiliazione e sottomissione. Walser non fugge la vita e le sue pastoie, la incontra, la discute, la elabora, si scioglie dai suoi affanni e giunge a scoprire, attraverso questi passaggi, il bello, quel po’ di luce che la vita può concederci nell’istante presente. Queste tappe sono la trama del racconto ed i gradini dell’ascesa. Un cammino che richiede tempo, e di apprendere a darsi tempo, prendere il proprio tempo, il proprio passo, il proprio respiro, come quando si va in montagna o si nuota in mare aperto. La ricchezza che sta nell’unica cosa di cui essere padroni, come ingenuamente scopre in modo inconsapevole il sovraintendente delle imposte in un breve dialogoo con il narratore. «Ma lei, la si vede sempre andare a spasso!». «A spasso ci devo assolutamente andare, per ravvivarmi e per mantenere il contatto con il mondo, se mi mancasse il sentimento del mondo, non potrei più scrivere nemmeno mezza lettera dell’alfabeto, né comporre alcunché in versi o in prosa. Senza passeggiata sarei morto…».
Trasformare il tempo in un luogo per sé, per coltivare l’arte di immaginare. Il prezzo da pagare è essere considerati stravaganti (extra-vaganti), e forse anche folli, dagli “ordinari” e ordinati abitanti del villaggio. Ma il profeta non è un folle, è solo colui che ha trovato lo spazio in cui la sua immaginazione ha messo le ali e ha scoperto nuove relazioni possibili. Al “gigante Tomzack”, il folle del racconto, «la vita sembrava essergli troppo piccola, andargli troppo stretta. Nulla aveva significato per lui, e per converso egli non significava nulla per nessuno». L’immaginazione, che esplode solo rinunciando alla “miserabile frenesia”, salva l’uomo e salva il mondo, perché apre ad entrambi nuovi orizzonti