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Abbiamo ancora bisogno di utopie!
Carlo Mazzucchelli
"Il futuro del futuro è il passato" (Marshall MacLuhan)Da bambino mi accontentavo di poco, bastavano dieci lire per dieci caramelle golia, cento lire per un film al cinema dell’oratorio (La battaglia di Fort Alamo vista dieci volte tifando per David Crockett off course!), un’arancia rubata dal camioncino del romagnolo che raggiungeva la mia valle con spirito imprenditoriale ma anche per frequentare le pollastrelle di montagna, un chinotto sottratto alle zie che gestivano un bar, il sorriso delle fanciulle (alcune lasciarono il segno regalandomi dei libri) che avevano tenerezza per un ragazzino piccolo e con la testa grande ma simpatico. Poi la scuola, la lettura, la scoperta di altri mondi (geografici e umani) hanno contribuito a rendermi più esigente e a convincermi che per essere veramente soddisfatto avrei dovuto ‘essere realista e cercare l’impossibile’. Il sogno di una generazione su cui è inutile dissertare oltre, visti i risultati prodotti e considerate le molte parole già spese. Analizzando a ritroso entrambe le esperienze, mi rendo conto che l’elemento vitale da cui ha tratto alimento la mia ricerca personale e che ha favorito le mie scelte, è sempre stato il bisogno di credere e di sperare in qualcosa che non esisteva ancora, di cercare nuove forme di Utopie (non luoghi) utili a dare sembianza e struttura a nuove Atlantidi ma anche a nuovi Robinson Crusoè, Gulliver (Chatwin odierno), Candide e Genovese (Città del Sole di Campanella). Oggi in una società nella quale ciò che conta è il QUI e ORA , in cui il passato sembra essere scomparso perché sempre disponibile in archivi digitali e in rete, in cui attraverso un palmtop universale è possibile rimanere collegati al resto del mondo (mondi), il futuro sembra essere scomparso e con lui anche ogni forma di utopia. Per anni ci è stato raccontata la morte della storia (Fukuyama e non solo), e ci abbiamo quasi creduto. Oggi ci raccontano (raccontiamo) che il futuro non esiste e, se non fosse per la crisi che ci porta a sperare in un suo rapido superamento futuro, siamo propensi a credere anche a questo. Eppure mai come oggi l’umanità ha bisogno di riscoprire le istanze utopiche del passato e di costruire nuove utopie future. Utopie che devono tenere conto di un mondo globalizzato perché cablato e connesso dentro il cyber-spazio. Uno spazio che non ha più fisicità (non-luogo), che non è più solo mentale ma che ci comprende interamente (il bodynet di City of Bits di William Mitchell) dentro un nuovo tipo di spazio sociale e tecnologico caratterizzato dalle nuove tecnologie, dalla rete e dall’intelligenza collettiva/connettiva che ne deriva. E’ all’interno di contesti di questo tipo che io colloco l’esperimento delle aziende invisibili di Minghetti ma anche l’ecosistema 2.0 di Gino Tocchetti e l’uomo quantico di Elisa. Come in amore anche per l’utopia ciò che conta non è l’obiettivo, ma il percorso, la ricerca e lo sforzo che si compie per raggiungerlo. In mancanza di percorsi utopici a cui aggrapparsi nella vita reale ( addavenì baffone, anche il Milan non vince più ecc.), molti comportamenti in rete esprimono la ricerca di nuove forme di utopie, di non luoghi a cui dare struttura e contenuti per sfuggire il panopticon presente (forse solo italiano ma chssà!). La cosa interessante è che questo nuovo percorso non è più fatto in solitudine ma in moltitudine perché il nostro pensiero non nasce più semplicemente dalla nostra testa ma da una mente allargata, biologica e cibernetica nella quale convivono e collaborano (?) più entità, reali, virtuali, sociali, neurali, ecc. E in questo percorso non credo proprio di essere il solo a caccia di UTOPIE.
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