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Governare la complessità

Claudio Solarino

Ricordo che a metà degli studi filosofici liceali, avevo una gran confusione in testa. Tutto mi pareva vero e falso allo stesso tempo, come nella parabola del mentitore. Apprezzavo quasi indistintamente ogni autore, pressoché paralizzato dalla irraggiungibilità delle sue poderose argomentazioni. Poi all'improvviso arrivò Kant e la Critica della Ragion Pura, ed essi mi fecero intravedere alcune sorprendenti, riposanti e semplici verità. L'impossibilità di comprendere la cosa-in-sè, fonte di chiusura a certi orizzonti della filosofia metafisica posti al di fuori delle Colonne d'Ercole del futuro pensiero scientifico moderno, ben lungi dal vanificare in astratto ogni possibilità di conoscenza portava anzi simultaneamente alla riaffermazione di un 'Mare Nostrum' straordinariamente pescoso di esperienze sensoriali ed intellettive valide, riproducibili e trasmissibili. La mappa ed i confini degli interessi e delle prerogative delle facoltà umane venivano ridisegnati intorno ad un più ristretto regno del conoscibile, al concetto di fenomeno, cosa-per-me

Tutto ciò in chiave molto diversa dall'affermazione di Protagora: 'L'uomo è misura di tutte le cose' - un sofisma di accentuato sapore relativistico, grazie ad alcuni decisivi talenti donati a tutti gli uomini: i giudizi sintentici a priori e l'io penso, vale a dire il software ed il sistema operativo umano grazie ai quali siamo sicuri che la nostra esperienza individuale non sia illusoria o onirica, né tantomeno orfana.

Successivi autori quali Gadamer, Luhmann, Habermas, hanno consolidato la ia personale inclinazione a tale approccio in direzione di una distinzione tra le scienze fisico-matematiche e quelle storico-sociali, le quali ultime, se vantano una complessità certamente maggiore, non sono affatto escluse dalla possibilità di una conoscenza - per quanto limitata entro una 'riduzione di complessità' (l'espressione è dello stesso Luhmann) delle numerosissime variabili; riduzione che, tuttavia, in qualche modo, è intrinseca agli stessi sistemi sociali, laddove le stesse variabili possiedono una gerarchia.

Altro tema di enorme rilievo per una migliore comprensibilità dei fenomeni sociali mi appare quello della distinzione, già ampiamente e variamente simboleggiata nelle teorie dello sviluppo dei sistemi, tra una dimensione originaria e naïve (con le sue variabili caratteristiche) ed una sovrastruttura culturale, nonché il loro da più parti sostenuto rapporto conflittuale, che si riflette in un dibattito quanto mai attuale tra agire comunicativo, orientato all’intesa ed agire strategico-strumentale.

Oggi che mi occupo di organizzazioni produttive, e maneggio strumenti quali la statistica e l'econometria che non intendono certo carpire l'universo scibile, cerco di isolare ed approssimare con buona precisione le questioni importanti all'interno di questo magma chiamato complessità, mediante modelli quantitativi che appaiono fornire spiegazioni, predizioni e buona capacità di intervento.

Ecco, questa cosa qui, la complessità, io la vedo un po' come un cavallo da domare, che non si lascia prendere tanto facilmente. Sembrerebbe che debba essere presa per sommi capi, i più importanti. Anche un ritratto, in quanto rappresentazione, sembra soggetto agli stessi limiti, ma arriva a cogliere l'essenziale ...

Offro questo mio approccio al tavolo della comunità di Complexlab come primissimo spunto di apertura per un confronto, sperando possa alimentare interesse e contribuire ad una discussione che sarà sicuramente dibattuta quanto ricca di prospettive diverse e nuove occasioni di scambio culturale.


by Claudio Solarino last modified 06-03-2007 08:36
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